Testimonianze storiche e artistiche

Data la lunga vicenda storica del paese, diverse e significative sono le testimonianze del passato, a cominciare dal quartiere Arabite, il cui impianto medievale è ancora leggibile nonostante le modifiche intervenute nei secoli e lo stravolgimento in senso moderno avvenuto negli ultimi decenni di molte delle vecchie abitazioni, dovuto essenzialmente alla scarsa tutela e alla poca lungimiranza dei sampietrini. L'incapacità delle amministrazioni comunali che si sono succedute di dare regole per la tutela e la conservazione di quello che fino a non molto tempo fa era uno straordinario patrimonio storico e urbanistico ha purtroppo ormai causato danni irreparabili a un ambiente che era per molti versi unico e caratterizzante, certamente prezioso e fruibile sotto molti profili, a cominciare da quello turistico e insediativo di particolari attività.

Delle numerose chiese un tempo esistenti sono rimaste le più importanti. Quella più interessante sotto il profilo architettonico è la Chiesa di Santa Maria. Il portale esterno riporta la data di costruzione, che risale al 1581, ma l'impianto originario deve essere quattrocentesco. L'interno a tre navate, definite da belle colonne, è caratterizzato da uno splendido soffitto barocco a cassettoni intagliati con al centro, all'interno di una ricca cornice, un altorilievo dell'Assunta in oro zecchino, e da notevoli stucchi ottocenteschi nel presbiterio che decorano cupole, soffitti, vele, opere tutte di valenti maestranze locali. Significative comunque anche le opere d'arte ospitate all'interno della chiesa, a cominciare dal portale della sagrestia. Un bellissimo altare nel transetto destro, impreziosito da marmi policromi locali, ospita un Crocifisso cinquecentesco, mentre la vicina cappella di San Biagio la statua marmorea di scuola gaginesca del Santo patrono del paese. Prezioso è l'organo barocco del 1758, opera di Annibale Lo Bianco, famoso organaro di Galati Mamertino. Da segnalare infine che in fondo alla navata di sinistra è stata aperto di recente l'accesso ad un piccolo ambiente, un sudario che ospitava un tempo i resti mortali dei chierici defunti. Affianca infine la chiesa un alto campanile adornato da una bella finestra barocca.

In Piazza Duomo sorge la Chiesa Madre o Matrice, settecentesca, ma quasi certamente edificata su un impianto trecentesco, o comunque sul luogo di una chiesa preesistente da lungo tempo. Della vecchia chiesa si hanno infatti già notizie nel XV° secolo. La chiesa, attualmente chiusa al culto, ha una semplice facciata arricchita da portali geometrici in pietra da taglio. La chiesa è stata danneggiata più volte a seguito di calamità, ma è stata sempre riparata e riaperta: danneggiata dal terremoto di Messina del 1783 e da quello più recente del 1979, alla fine dell'Ottocento fu soggetta a movimenti franosi, che ne minacciarono l'esistenza stessa. Affianca la chiesa il tozzo campanile, ribassato nell'Ottocento a causa del pericolo che incombeva su palazzo Orioles. All'interno diverse sono le opere d'arte di rilievo, soprattutto quelle marmoree, a cominciare dal sarcofago, sostenuto da due leoni e sormontato da una statua del Redentore in mezzo a due angeli, che accoglie le spoglie del nobile Domenico Natoli, sposo di Caterina Scaglione, che fece costruire l'opera nel 1608. Pregevoli le statue gaginesche raffiguranti Santa Caterina e la Madonna dell'Itria. Notevoli sono poi i numerosi elementi architettonici che decorano le cappelle laterali, a cominciare da alcuni portali e dagli altari della Madonna del Rosario e di San Pancrazio. Di rilievo infine il coro ligneo che circonda l'altare maggiore e alcuni dipinti.

Ai margini (un tempo fuori) del centro abitato è la Chiesa del Carmine, annessa al Convento di recente restaurato e restituito alla comunità sampietrina per un uso pubblico. Conserva diversi affreschi di buona fattura, soprattutto quello al centro del soffitto, circondato da una cornice di stucco, datato 1722 e attribuito a un pittore locale, Antonino Spanò, alunno della scuola conventuale e poi, sembra, maestro della stessa scuola. Notevole è soprattutto l'impianto del ricco altare in legno con colonne tortili, che ospita al centro la Madonna ed è adornato di diverse sculture.
Il convento risale alla seconda metà del Cinquecento, anche se sulla data ci sono opinioni diverse, e ospitò i carmelitani fino a quando nel 1866 il nuovo stato unitario non lo soppresse, insieme ad altre istituzioni religiose sampietrine, confiscandone i beni.
Pare che la biblioteca del Monastero fosse famosa, ma i suoi libri andarono dispersi dopo la vendita conseguente alla soppressione. Con i restauri anche il bel chiostro è stato restituito all'antico splendore e costituisce oggi un suggestivo scenario per manifestazioni all'aperto.

Fra le poche altre chiese salvate dalla distruzione e giunte fino a noi come luogo di culto si segnalano la Chiesa dell'Annunziata, edificata a protezione del paese sul fianco della collina opposta a quella del Castello in località che porta il suo nome, che ospita il gruppo di scuola gaginesca dell'Annunciazione, e la Chiesa della Madonna delle Grazie, edificata su un roccia anch'essa ai margini del paese, all'inizio della carrozzabile per Raccuja. Seppure ristrutturata in chiave moderna, è da segnalare la chiesa del convento dei Minori Osservanti, soppresso anch'esso in base alla legge del 1866, perché ospita la statua di S. Maria di Gesù, notevole opera marmorea gaginesca. Visibili sono infine nella parte più antica del paese i resti della Chiesetta di San Leonardo.

Tra le memorie più belle che adornano il centro di San Piero Patti ci sono le fontane, a cominciare dalla barocca marmorea "Fontana di Santo Vito", raffinata ed elegante, costruita nel 1686 con i favori del barone Giuseppe Caccamo. Più recente invece è la "Fontana del Tocco", ai piedi della Chiesa di Santa Maria, fatta costruire nel 1875 dall'Amministrazione Comunale dell'epoca e così detta, come l'attigua piazza, per i rintocchi delle ore del sovrastante campanile. Una statuaria non priva di valore è presente nel vecchio cimitero, ormai pressoché deturpato nel suo carattere originario dall'informe e variopinto proliferare delle cappelle degli ultimi decenni.

Dell'antico passato del paese di San Piero ci sono ancora altre testimonianze, meno evidenti - e meno insigni, se volete, di quelle artistiche - eppure non meno significative sotto molteplici aspetti, anche se di difficile lettura in un territorio adattatosi oramai da tempo alla contemporaneità. A cominciare dai resti dell’antica torre del castello feudale. La base di quella che era una massiccia torre di guardia e di avvistamento è tutto ciò che rimane dell'imponente maniero che dall'alto del colle ha dominato per secoli il paese con la sua mole. Rovinato dopo il 1860 per l'uso degli abitanti di ricavarne pietre per le loro costruzioni, gli ultimi ruderi, con quella che doveva essere la polveriera, scomparvero agli inizi degli anni Cinquanta, quando sul luogo del Castello fu iniziata la costruzione di un moderno edificio scolastico.

Seminascoste nel tessuto urbano ci sono significative molte tracce di un passato degno di nota. Molti portali sono arricchiti con ornamenti architettonici che sarebbe il caso di catalogare (o almeno di censire) per garantirne la conservazione e, dove occorra, il restauro. Questi ornamenti in pietra, di cui si propongono qui esempi significativi, datano per lo più alla seconda metà dell'Ottocento e ai primi del Novecento, e testimoniano il bisogno e il desiderio di distinzione delle famiglie della borghesia urbana, ma anche di quelle che cominciavano a distinguersi rispetto alla massa dei poveri braccianti e dei contadini. L'opera di intaglio della pietra appare esemplare a San Piero non meno che nei vicini paesi, nei quali il tema degli abbellimenti architettonici dei portali appare simile quanto a materiali impiegati e motivi, seppure, a volte, più antico. Permangono, anche se ormai rari, anche pregevoli esempi di quegli abbellimenti dei portoni che a volte erano i battenti, ma gli stessi portali, di fogge assai diverse, secondo l'epoca costruttiva e la diversa ricchezza delle case, sono esempi singolari del passato. Insieme a finestre, forni, ambienti, mostrano tutta la varietà costruttiva di un passato ancora leggibile. Altre rilevanze architettoniche sono costituite infine da decorose dimore di campagna dei maggiorenti e da dimore rurali sparse nel territorio comunale, testimonianze, con i loro manufatti destinati ai vecchi lavori, di un mondo contadino che non c'è più. Quasi scomparsi sono purtroppo invece i murales che a metà degli anni Ottanta erano stati fatti dipingere sui muri di diverse case. Nel sito ne sono riportati alcuni, fotografati poco tempo dopo che gli artisti avevano finito il loro lavoro, ma l'incuria per questa pitture non è stata inferiore a quella per il centro storico.

Resiste ancora alle piene torrentizie, in contrada Pigno, l'antico ponticello che scavalca il torrente Urgeri, detto "u puntittu". In ambiente montano si possono osservare alcuni "tholos", piccole costruzioni a pianta circolare in pietra utilizzate un tempo come ricovero dai pastori. Possono essere notati anche dal visitatore frettoloso che percorra la provinciale che porta alla statale 120, in località Taffuri. Singolare invece il palmento medievale a due livelli scavato nella roccia, osservabile in località Mindozzo.

Fra i beni più importanti vi sono certamente infine quelli di genere demo-etno-antropologico, in via di progressiva scomparsa essendo destinati ad essere sostituti sempre di più da manufatti moderni. Anche in questo caso sarebbe necessaria la loro catalogazione secondo le regole date a livello ministeriale (o almeno un loro censimento), e soprattutto la loro tutela e conservazione nell'ambito di una istituzione museale di tipo etnografico (ci sono oramai diverse realtà di questo genere nel territorio dei Nebrodi, anche se la loro "qualità" è spesso assai modesta). Meglio ancora sarebbe realizzare un'istituzione culturale di natura ecomuseale, che oltre alla struttura espositiva museale principale - da realizzarsi secondo gli approcci più moderni in materia (e senza la sciatteria che a volte si vede altrove in questo campo) - possa riguardare le importanti tracce di cui è disseminato ancora l'intero territorio comunale. Il lavoro iconografico realizzato nel 1980 da Silvia Genovese e Nuccio Caruso sul mondo contadino avrebbe meritato ben altro seguito, ma alle amministrazioni comunali di quel tempo era chiedere troppo. Oggi, forse, con il contributo di tutti i sampietrini, certe cose si possono fare.