San Piero discussioni

Parole da salvare - Estate 2009 - Festa dell’Emigrante con proposte - A proposito di Tholos - Cominciamo a impegnarci per qualcosa: la nostra memoria - La strada!!!! - Un anno dopo - Quando cambia il sindaco - Estate 2006

Perché un'appendice e su una pagina a parte? Perché non un’aggiunta nella stessa pagina di "San Piero Patti"? È la domanda che qualcuno mi ha fatto ed è una domanda legittima, seppure, dal mio punto di vista, di assai scarsa importanza. Spiegarlo costa comunque veramente poco: quell’altra pagina è una sorta di rappresentazione "statica" del paese di San Piero, la storia, i monumenti, la bibliografia, le segnalazioni, le immagini, ecc.. Potrei aggiungere mille altre cose che servono a descrivere il paese ma non renderei che un piccolo servizio a chi è curioso o ha bisogno di qualche informazione e pensa di trovarla in Rete. Desideravo invece aggiungere qualcosa che non fosse descrizione o "statica" rappresentazione, ma avesse un significato "attuale", una sorta di piccola partecipazione alla vita del paese pur vivendo altrove. E questo per l’affetto che può legare ognuno alle proprie radici.

Assomiglia questo desiderio al bisogno di discutere delle cose del paese che prende quando si va in giro per le strade, passeggiando e parlando come solo nei paesi si può fare, e che a San Piero avviene in modo speciale, corto o lungo che sia il "giro" che si fa con gli amici. Oppure quando si sta più comodamente seduti su una panchina, davanti alla Posta o al Circolo.

In verità per parlare con qualche cognizione delle cose del paese occorrerebbe viverle veramente, e viverle significa abitare in paese. Mi sento per taluni aspetti poco legittimato a farlo, ma tanto vale …. A differenza di chi ci abita devo limitarmi a molte supposizioni, o a sensazioni, come quelle che posso avere ogni anno nell’ultimo viaggio fatto per tornare "a casa", di solito in estate, o alle altre che posso avere quando mi capita di parlare con qualcuno del paese. Internet aiuta ad avere qualche idea in più su come vanno le cose, perché elimina molte barriere fisiche, ma fino a quando non trasporteremo la materia a distanza non sarà la stessa cosa di trovarsi in piazza, anche se ci assomiglia.

Gli amici, gli ambienti, l’aria, la campagna, e tutto ciò che fa parte di una giovinezza prolungata trascorsa in paese: sono belle sensazioni. Molto belle, come l’accoglienza, i parenti rimasti, gli incontri al bar, e mille altre cose. Non è retorica, e non sono cose sempre scontate, perché in paese si può tornare in molti modi e c’è chi torna sentendosi oramai un estraneo, soprattutto se appartiene alla generazione che mi precede e le facce conosciute sono rimaste poche. C’è chi si sente a casa più nei vialetti del cimitero che per le vie del centro.

Sensazioni piacevoli per lo più, ma non tutte, e a parlarne con gli amici si finisce spesso su quelle spiacevoli, ma per affetto, o come in amore, perché si vorrebbe un paese migliore di quello che si è lasciato. E allora mi è sembrato utile fare la stessa cosa in questa appendice: qualche minuto di attenzione in più da parte di navigatori interessati alla pagina su San Piero, che potranno, se lo vogliono, dare anche un loro contributo collegandosi alla pagina Eravamo quattro amici al bar, creata apposta per incontraci e parlare del paese.

Parole da salvare

Ho già avuto occasione di segnalare (v. Festa dell’emigrante con proposte) la necessità di intervenire con urgenza per aiutare il nostro dialetto a non morire. Anch’esso, come altri dialetti, non è destinato a durare nelle forme che abbiamo conosciuto. Continua a scomparire nella pratica quotidiana la memoria di usi, detti, proverbi, filastrocche, ecc.., e se non si prendono iniziative concrete destinate a conservare la memoria del nostro dialetto e a codificarne la scrittura, succederà che a ogni funerale di una persona anziana - oltre ad accadere ciò che qualcuno ha bene esemplificato nell’espressione “una biblioteca che chiude” - scomparirà anche una parte stessa del nostro parlare. A quell’intervento rimando i visitatori che vogliono leggere delle mie preoccupazioni.

Tutti siamo comunque consapevoli che il nostro paese è un’isola linguistica di parlata “gallo-italica”, circondato da comuni dove si parla invece, con le flessioni del caso e del luogo, il siciliano. Lo sappiamo da sempre, non fosse altro perché quando veniamo ascoltati da quelli dei paesi vicini costoro ci chiedono subito se siamo di “Samperi", ma l’appello - fatto anche in pubblico, appunto alla Festa dell’emigrante del 2008, davanti ai sampietrini e alle loro autorità - non ha sortito l’effetto che speravo. Tuttavia dopo un anno passato invano quest’estate, con un gruppetto di amici di quelli “di buona volontà”, è stato deciso di fare in quest’ambito qualcosa di utile (e credo anche importante), cercando di utilizzare al meglio le potenzialità offerte dalla Rete e dal fatto che numerosi sampietrini si sono trovati in quest’ultimo anno intorno al gruppo “I love San Piero Patti” di Facebook. Pur non avendo nessuno di noi molto tempo, e per certi versi neanche le concrete possibilità di sviluppare iniziative complesse, dopo qualche chiacchierata sampietrina e altre via e-mail è stata presa la decisione di cercare di “salvare” la memoria (e i significati) delle parole del nostro dialetto che sono, per diversi motivi, a rischio estinzione. L’iniziativa vuole avere la funzione di conservazione di qualcosa di prezioso per i sampietrini di oggi e di domani, oltre a favorire eventuali e auspicabili altre iniziative in questo ambito.

Ora questa operazione di “salvataggio” è partita e sta prendendo corpo. Grazie anche alla disponibilità dei ragazzi del Gruppo Nuovi Orizzonti di San Piero, che hanno attivato sul loro sito un apposito Forum destinato a rendere il più possibile “pubblica” la discussione sulle parole da salvare e che si sono resi soprattutto disponibili a governare la raccolta, l’iniziativa sta assumendo un aspetto concreto. La raccolta è concentrata sulle singole parole ma possono essere segnalati anche detti, proverbi, ecc. da cui poi possono essere tratte parole a rischio. Il gruppetto di amici è aperto alla collaborazione di chiunque voglia darci una mano e opera con metodo una selezione delle parole suggerite, almeno per evitare di inserire in una sorta di cofanetto delle parole preziose anche quelle del dialetto sampietrino ancora vivo e corrente. Ognuno può intervenire sul Forum, aperto al contributo di tutti i sampietrini, perché naturalmente di ogni parola perduta ognuno può conoscere un uso particolare, un significato diverso, un qualcosa che serve alla comprensione o al ricordo, o anche a segnalare che la parola suggerita non appartiene alla memoria sampietrina. Il mio invito è quindi quello di intervenire attivamente alla discussione sul Forum.

Se l’Amministrazione comunale di San Piero Patti, magari attraverso la Biblioteca, o la Pro Loco, o qualche associazione, volessero aiutare poi con altre iniziative concrete il dialetto sampietrino a non morire, ne sarei molto contento.

Estate 2009

È stata una vacanza azzoppata per via del tempo da dedicare per forza ad altri impegni. Lavoro, e un po’ di sole e di mare, che sono almeno serviti a rallentare il solito ritmo. C’è stata comunque la possibilità di visitare qualche ristorante … Anche quest’anno ho preso qualche appunto per me e per i rari navigatori sampietrini del mio sito. Sintetizzo il più possibile, almeno per quelli che vengono su queste pagine e che osservo sempre più frettolosi e desiderosi di trovare in fretta delle novità.

La panchina in piazza
La disputa della panchina è stata la vera protagonista dell’agosto sampietrino, e non so ancora se essa abbia potuto avere una qualche fine ed essere dimenticata oppure no.
Una panchina viene spesso usata - più di altri oggetti - per scopi diversi da quelli che si sono prefissi coloro che l’hanno costruita o l’hanno posata in un luogo. La panchina è usata sempre più frequentemente anche come metafora ed è oggetto che da qualche anno viene vergognosamente usato perfino per sfogare le più bassi pulsioni della natura umana, specie se sono organizzate in forma di provvedimenti delle pubbliche istituzioni: le panchine sono oggetto, specie in certe città del Nord, ma non solo, di rimozioni, divieti, separazioni, e quanto altro si può inventare per evitare che le usino coloro che sono così antipaticamente diversi dalla gente normale, la buona e brava gente che per dissetarsi, mangiare un boccone all’ombra o riposare le gambe approfitta dei bei tavolini con consumazione al bar dell’angolo. Questo sito ha del resto preso vita parlando dei divieti delle panchine di Trieste.
Ma che la vecchia panchina all’ombra del tozzo campanile della Matrice potesse essere l’ennesimo spunto per la sempre più insopportabile e odiosa divisione in fazioni dei miei compaesani, questa cosa, devo confessare di no, non me l’aspettavo! Spuntata all’improvviso in un assolato mattino d’agosto, la polemica della panchina è stata l’ultima delle polemiche che stanno rendendo irrespirabile l’aria del paese, fermo anche per questo, logorato dalla faida politica. Politica si fa per dire!
Io non so se ci sia stato vero “sgarbo” nella storia della panchina e chi potesse avere ragione, o “più ragione” degli altri, e del resto la cosa poco importa. Non so, come gran parte dei sampietrini, come sono andate effettivamente le cose, ma la panchina rimossa e la pronta sostituzione con le sedie e tutto ciò che ha fatto seguito hanno avvelenato ulteriormente i rapporti fra le persone - anche se sembrava impossibile che potessero peggiorare ancora. Nei giorni trascorsi in paese mi è sembrato - e ognuno di quelli che ho incontrato me ne ha dato conferma - che dissidi, liti, insulti, ingiurie, sgarbatezze e villanate varie di una fazione contro l’altra, cominciati con le elezioni di due anni fa e cresciuti col tempo, incapace evidentemente di fare da medico, abbiano reso colma la misura.
Ora, avendo molti amici in entrambe le fazioni, e volendo conservare, come mi sembra giusto fare, queste amicizie, e specie le più care che rendono ancora accogliente la casa che non abito più da tanti anni, comincio a trovare insopportabile sentire ognuno che incontro parlar male degli altri. Sarebbe ora il caso di piantarla con questo modo di fare, per il bene del paese.
Non credo che si possa dimenticare tutto all’improvviso, ma sarebbe doveroso e intelligente cominciare a smussare gli angoli e smorzare i toni, per San Piero che perde sempre di più la corsa con quei paesi che stanno crescendo davvero - ci sono buoni esempi e buone pratiche anche sui Nebrodi - e per non mettere in difficoltà compaesani che tornano ancora volentieri. A tal punto si spinge la cosa, che non sai mai come può essere presa da ognuna delle parti perfino l’offerta o la proposta di dare una mano. Non è solo una situazione che fa male al paese, è una situazione veramente stupida!

Il restauro della Fontana
Chi ha memoria di qualche mese fa e viaggia per Facebook con il gruppone di I love San Piero Patti forse ricorda la piccola polemica che mi ha coinvolto per qualche giorno riguardo al restauro della Fontana di Santo Vito. Le prime immagini diffuse per il gruppo davano una pessima impressione del lavoro svolto - anche il solo chiamarlo restauro - e il risultato mi aveva scandalizzato come raramente capita. Dopo qualche giorno, all’apparire di immagini che fornivano maggiori dettagli, non mi è stato difficile riconoscere che si trattava di restauro e che non sarebbe stato possibile, a memoria di sampietrino, ricordare la fontana con i marmi rossi locali. Mi ero ripromesso ovviamente di guardare la “nuova” fontana, simbolo stesso del paese, non appena fossi arrivato a San Piero.
Confesso che l’ho fatto subito, ma non ne sono rimasto affatto entusiasta. Certo, ora è solo questione di personalissimo gusto. Si vede che si è tornati all’origine, ma ho messo insieme due foto sul portatile, un prima e un dopo, e anche se si trattava di calcite sedimentata dai secoli, la vecchia fontana mi faceva pensare che come per le più belle fontane barocche anche per la nostra fosse stato usato in tutte le sue parti del marmo bianco. Soprattutto - sarà stato per il colore, per i segni del tempo o per lo sfondo pastello delle vecchie case - mi sembrava più bella prima. La conferma che non sempre restaurare tornando all’origine vuol dire restituire oggettiva bellezza.

Palazzo Orioles Boscogrande
Firmare un preliminare d’acquisto - come ha fatto il Comune - per quello che è un bene culturale significativo per il paese è una buona cosa. Naturalmente l’augurio e la speranza è che in tempi non lunghissimi si possa giungere anche all’acquisto effettivo, al recupero e alla salvaguardia delle pitture e al riutilizzo del palazzo.
Tuttavia con San Biagio arrivano anche le piogge di ottobre e, immaginando che con l’inverno non mancherà anche la neve, non posso pensare con preoccupazione anche a Palazzo Orioles Boscogrande.
L’inclemenza del tempo non potrà che accrescere il degrado delle pitture e degli ambienti se non si interviene almeno per mettere un freno alle conseguenze del maltempo. Poi, sperando che ciò non avvenga troppo tardi, si potrà pensare agli altri interventi conservativi e ai recuperi di ciò che è rimasto. Se si aspetta senza far niente, potrebbe succedere che alla firma definitiva il Comune acquisti una scatola vuota priva delle pitture.
Anche in questa situazione di attesa dei soldi si possono fare diverse cose. Ci possono essere diverse soluzioni, anche se la migliore a parer mio sarebbe quella di un accordo fra Comune e proprietà che possa prevedere lavori e interventi a scalare dal prezzo, anticipati magari dal Comune e poi compensati sul prezzo di acquisto, oppure nel caso di mancato acquisto riconosciuti dalla proprietà e rimborsati.
Spero naturalmente sull’azione del Comune ma il mio appello è perché si possa anche formare a San Piero un comitato spontaneo che abbia la sensibilità e l’impegno di seguire da vicino questo problema, cui possano aggiungersi le persone più sensibili che si ritrovano su I Love SP o nei gruppi in Rete.

Compostaggio
Poi dice che uno non sa se ridere o arrabbiarsi. Qualche giorno prima di tornare nelle nebbie padane riesco a osservare sui muri del paese uno strano manifesto che invita e promuovere la pratica del compostaggio, pratica che segue da vicino una fase evoluta della raccolta differenziata. Compostaggio? a San Piero?
Certo, da un certo punto di vista si può dire che nonostante la fine della società contadina in paese non manchino gli esperti, visto il riciclo dei rifiuti che si può fare e si fa per orti e animali, ma a pensare alle lunghe file di persone con le bollette in mano che c’erano dentro e davanti la sede dell’associazione consumatori no che non viene da ridere …
Come tutti gli altri disgraziati compaesani di San Piero pago per i rifiuti cifre salate allo scempio ATO - pago di più per qualche settimana in cui devo portare ai cassonetti gli indifferenziati sacchetti che non per il resto dell’anno in cui mi vengono a prendere a casa tutti i rifiuti ben selezionati, compresi ramaglie e rifiuti speciali - sicilianissima soluzione per peggiorare quello che già andava male, e mi parlano di compostaggio!?
No che poi non ti viene da ridere a vedere certe facce di bronzo sicule, che ormai funzionano purtroppo bene anche in formato esportazione.

Tholos
La (il?) tholos in contrada Tafuri ancora dopo metà agosto - quando i “turisti” per lo più spariscono nel giro di pochi giorni - era ancora abbandonato nelle sterpaglie. Prima che lasciassimo San Piero era stato invece ripulito, se così si può dire, e reso meno trascurato alla vista degli automobilisti che scendono a valle. Un intervento tempestivo, non c’è che dire, nel classico stile locale. Forse tempestivo per il convegno con visita che si sarebbe dovuto svolgere da lì a qualche settimana, come abbiamo poi saputo.
Vedremo la prossima estate. Per il momento nonostante quello che ho letto in giro sul convegno mi tengo ancora le mie considerazioni a proposito di tholos, che si trovano nelle pagine degli anni scorsi e a cui rimando i visitatori.

Badanti e fanciulle
Nei giorni trascorsi a San Piero ho sentito fare dei ragionamenti su badanti e fanciulle dell’est che non mi sono piaciuti (ampliati ovviamente anche agli uomini). Qui al Nord, dove in certe zone ragionamenti non troppo dissimili stanno costruendo un futuro incivile, le conseguenze cominciano a farsi pesanti, e non diversamente si potrà dire del Sud.
A parte il fatto che dovremmo essere infinitamente grati alle badanti per aver coperto con le sofferenze delle loro solitudini i fallimenti del nostro modello assistenziale, i discorsi sulle fanciulle che rubano gli uomini sono quanto mai vecchi e assai poco lungimiranti. Risalgono più o meno al Ratto delle Sabine. Quella che qualcuno chiama invasione è l’unica e l’ultima possibilità di ricostituire un equilibrio ecologico in tanti luoghi antropizzati per secoli e che la nostra emigrazione stava riconsegnando alla natura. Oltre ovviamente a consentire un futuro ai nostri paesi.
Invasione poi! Sarebbe la prima dopo gli Arabi, considerato che il piagnisteo della Sicilia invasa da tutti va bene solo per un uso strumentale della storia che dimentica apposta il fatto che almeno fino a Garibaldi non siamo stati invasi da nessuno, ma è stata solo la corona del Regno a passare di mano in mano, affidata dai baroni siciliani a questo a quello che poteva garantire meglio il loro potere. Questa invasione, oltretutto, non può fare che bene!

La nostra memoria
Mi arrovello e continuo a scrivere inutilmente, ma non cambio idea. Penso che sia giunto il momento e che sia giusto e doveroso prenderci cura della nostra memoria. Farò ancora un altro tentativo. Non mi abbandona l’idea che si possa fare qualcosa di buono insieme a persone di buona volontà. Se c’è qualcuno che la pensa come me, batta un colpo. Sa che può contattarmi attraverso questo sito.

Pulizia
Per ultimo ma non per questo meno importante. Il paese continua a presentarsi sporco e trasandato. ATO e quant’altro non giustificano la cosa. Il paese è come la nostra casa. Cosa pensano di noi gli ospiti che vengono a trovarci a casa vedendo che essa è sporca e trasandata? La stessa cosa pensano quelli che vengono o passano per il paese di San Piero. [settembre 2009]

Festa dell’Emigrante con proposte

Un’estate ancora. Anche quella del 2008 è appena andata. Un’estate in cui si è ripreso a parlare di strada veloce con qualche speranza. Se ne è parlato prima, durante e dopo questi mesi caldi. Ancora in questo periodo notizie, riunioni e puntualizzazioni sul tema si sprecano, almeno a vederla da lontano, dando uno sguardo quotidiano alla Gazzetta del Sud on line. Speriamo, come sempre sperano i siciliani. Facessimo, in misura di quanto speriamo, avremmo creato il Paradiso in terra.

Ricordi ancora vivi di quei giorni a San Piero. Giorni intensi, come sono sempre quelli che si vogliono godere profondamente perché si sa che durano poco. E come sempre anche tanti ragionamenti fatti con gli amici, che si possono raccogliere e condensare in qualche modo in una serata particolare che, per quello che mi riguarda almeno, è stata buona per ripetere alcune delle cose che ho scritto già un anno fa in questa pagina. Niente di nuovo a rileggermi quei dieci punti dieci che ho buttato giù un anno fa e che volevano essere proposte per amministratori e cittadini, però con la differenza che anziché parlare ai pochi visitatori di queste pagine l’ho potuto fare dal vivo agli amici amministratori e alla piccola folla presente per l’occasione della Festa dell’Emigrante del 13 agosto organizzata dalla Pro Loco.

L’occasione – involontaria – è venuta fuori dopo la poesia letta da Roberta. Poesia con ricordi del tempo della giovinezza che è andata, cari a chi conserva la nostalgia dei giorni della propria educazione sentimentale, fatta di intime vicende e pubbliche esperienze che servivano a crescere. Nel mezzo della nostalgia Roberta mi ci ha infilato insieme al basket di quando eravamo giovani e il conduttore della serata mi ha invitato subito dopo a dire qualcosa. Un’occasione appunto. Non c’era tempo e modo di parlare di tutto e magari ho rubato anche qualche minuto di troppo, ma penso di averlo fatto a fin di bene.

In una Festa dove a ogni istante si corre il rischio di essere retorici ho cercato di dire qualcosa di utile. Prima l’auspicio doveroso che si potesse lavorare tutti quanti per il bene del paese di San Piero. Auspicio rivolto a tutti sampietrini ancor prima che ai loro amministratori, quasi di prammatica ma doveroso visto che comunque in prima fila c’erano gli amici sindaco ed ex-sindaco ora presidente del Consiglio Provinciale e che dopo un anno - bacio e abbraccio della serata non inganni - il solco scavato fra opposte fazioni con le elezioni del 2007 non sembra affatto colmato, anzi. Con tutte le pessime conseguenze che si possono immaginare. Poi l’accenno ad alcune questioni – quattro, non di più per non annoiare più del dovuto – che mi stanno particolarmente a cuore e che servirebbero al paese di San Piero e al suo futuro. Non le principali forse, certo non le più urgenti, visto che permangono come sempre gli enormi problemi di una quotidianità precaria, ma questioni legate comunque all’idea che il paese può avere di sé pensando al domani.

Questioni che mi pare opportuno riportare ora qui. Per i lettori di questa pagina rischio di ripetermi e cercherò di essere sintetico, ma chi vuole approfondire può trovare più sotto, tra le proposte dell’anno scorso (recepite da nessuno, come purtroppo mi aspettavo) ulteriori motivi di ragionamento.

Una. Beni culturali da salvare. Carmine a parte, il patrimonio culturale del paese di San Piero dovrebbe essere motivo di grave preoccupazione. Se lo si vuole tramandare alle future generazioni. Altrimenti si dica che questo è un argomento di cui non importa niente a nessuno. A parte il patrimonio demoetnoantropologico in progressiva scomparsa e altre testimonianze storiche significative (per il quale vi rimando più sotto e, come esempio, alle immagini di ciò che resta di un vecchio mulino), rimangono ancora beni artistici e architettonici di grande importanza, che alla luce di un’auspicabile maggiore sensibilità sarebbe oggi più che mai necessario preservare dalla distruzione. Il recupero di Palazzo Orioles in piazza Duomo darebbe nuova forma e dignità alla piazza stessa, definita in modo informe da quando ho memoria e abbrutita oltre ogni limite dall’invecchiamento e dalla decadenza di un palazzo che sta lì a spiegare con il suo cattivo esempio com’è il paese. Soprattutto però è urgente salvare palazzo Orioles Boscogrande, che conserva il più importante ciclo pittorico del paese nelle decorazioni delle stanze. Belle pitture, in parte irrimediabilmente perdute o deteriorate, come tutto il complesso, lasciato al piano superiore alla mercè dei piccioni che ormai infestano il paese e per il momento oggetto di intenzioni e desideri più che di soluzioni concrete. Un appello ancora una volta rivolto a tutti i sampietrini di buona volontà, ai privati che possono intervenire e alle pubbliche istituzioni: per favore fate qualcosa per conservare alle future generazione questo bene altrimenti destinato a scomparire. Se ne potranno fare mille buoni usi e ognuno potrà vederla a suo modo, ma salviamolo!

Due. Quando si comincerà a fare qualcosa per l’area verde dell’alta valle del Timeto sarà sempre tardi. È un’area naturalistica di grande pregio, vero polmone verde come se ne vedono poche al Sud, una specie di vallata alpina, fortemente antropizzata, modellata dal secolare lavoro dell'uomo eppure quasi selvatica, ora che anche il noccioleto è diventato per lo più boscaglia e l'agricoltura è pressoché scomparsa. È tempo che quest'area di non comune bellezza venga tutelata e allo stesso tempo valorizzata. L’obiettivo va perseguito e il modo va trovato. Ce ne sono molti e possibili – adesione al Parco dei Nebrodi, riserva naturale, ecomuseo diffuso, ecc.. Il territorio di San Piero, così fitto di strade secondarie, carrozzabili più o meno malmesse e "tracce" abbandonate, che bastano e avanzano per una seria valorizzazione in senso turistico, può ancora funzionare da risorsa se ci si tira su le maniche e si comincia a pensare e a lavorare.

Tre. Conservare la nostra memoria. Anche questa estate ho avuto occasione di vedere esposte a San Piero fotografie del passato. Purtroppo poche e solo in occasione della mostra artigiana organizzata dall’Associazione La Voce delle Donne (associazione che peraltro è stata una piacevole sorpresa e che mi sembra molto attiva). Per pochi giorni mi sono persa quella più importante di Pietro De Luca, il cui archivio fotografico è una vera storia per immagini del nostro paese, mostra durata incredibilmente pochi giorni, quando certamente avrebbe fatto assai piacere ai molti compaesani che tornano in agosto trovarla ancora allestita. Non voglio aggiungere niente di nuovo a quanto scritto qui sotto l’anno scorso e che vale per la fotografia come per altri beni, materiali o immateriali che siano, che appartengono alla nostra memoria, ma sul fondo fotografico di Pietro De Luca va fatto un discorso a parte, e un intervento, e con urgenza. Quel patrimonio di più generazioni di fotografi merita un’attenzione speciale. Che sia privato o pubblico poco importa, dal momento che il sig. De Luca è stato sempre una persona molto disponibile e non mancherebbe certo una fruizione collettiva di quella memoria, ma ci vuole un serio impegno e vanno trovate risorse per favorire la conservazione, l’organizzazione e la valorizzazione di quel bene prezioso che è il suo fondo. Non è possibile che non si riescano a trovare risorse neanche per un (serio) lavoro di stampa e pubblicizzazione del nostro passato che è stato già messo in mostra. Ancora un appello quindi, rivolto sempre a tutti i sampietrini di buona volontà, ai privati che possono intervenire e alle pubbliche istituzioni: per favore fate qualcosa. La memoria non è cosa che dura molto a lungo!

Quattro. Il nostro dialetto. Anch’esso non è destinato a durare e soprattutto continua a scomparire la memoria di usi, detti, proverbi, filastrocche, ecc.. In dialetto ovviamente. Se non si prendono iniziative destinate a conservarlo e codificarne la scrittura a ogni funerale scomparirà una parte del nostro parlare. Tutti siamo consapevoli che il nostro paese è un’isola linguistica di parlata gallo-italica, circondato da comuni dove si parla invece, con le flessioni del luogo, il siciliano. Lo sappiamo da sempre, non fosse altro perché quando veniamo ascoltati da quelli dei paesi vicini costoro ci chiedono subito se siamo di “Samperi"

Sappiamo anche – magari non tutti – i motivi di questa particolarità e sappiamo anche che sul nostro dialetto ci sono tesi di laurea, studi e ricerche, magari da tirar fuori dal cassetto o invogliare. In qualche Università la cosa si studia pure, ma probabilmente solo quando avanza qualche soldo per l’ultimo dei ricercatori. La sera stessa della Festa dell’emigrante ho avuto l’ennesima conferma di quanto sarebbe utile impiegare risorse, soprattutto umane ma non solo, perché se ne approfondisca lo studio e soprattutto si arrivi a regole condivisibili per codificare la scrittura, per quei fonemi tipici del nostro dialetto che non si possono rendere in siciliano. Così da preservare quella memoria per la quale non è sufficiente – anche quando venisse meritoriamente fatto – lo sforzo di registrare suoni e voci. La conferma l’ho avuta quando, prima della Festa, mi è stato chiesto di leggere più avanti nel corso della serata una poesia siciliana. Sarò stato forse scortese ma non me la sono sentita di leggerla, per la semplice ragione che non so leggere, se non abbozzandolo ovviamente, il siciliano. Quella poesia è stata poi letta da una gentile signora, ma era cosa diversa dal mio dialetto. Altra cosa invece quando è stata proiettata la fiction americana scherzosamente doppiata: quello sì era il nostro parlare. Mi sono chiesto se gli ideatori avessero scritto un copione e come lo avessero scritto. La stessa domanda di quando si trova una poesia scritta in preteso “samperottu”, e bisogna invece reinventarsela per leggerla. Come scrivere me lo chiedo ogni volta che provo ad annotare qualcosa in dialetto.

Se l’Amministrazione comunale, magari attraverso la Biblioteca, o la Pro Loco, o qualche associazione, volessero aiutare il dialetto sampietrino a non morire ne sarei contento. Ancora di più se si avesse cura della nostra storia e della nostra memoria, fotografica, materiale o immateriale che sia. Farlo non è poi così difficile (se c’è un po’ di buona volontà). [Ottobre 2008]

A proposito di Tholos

Argomento principale delle chiacchiere dell’estate 2008? Quello sulle tholos, naturalmente. Anche se quel plurale femminile italiano lasciava perplessi su come poter chiamare correttamente quei rifugi provvisori di pastori tipici dei nostri monti, ancora un mese fa non ci si poteva sottrarre dal parlarne in continuazione, fra i sampietrini che ritornano ogni anno in agosto e con i sampietrini di San Piero. Questi ultimi fra di loro ne parlavano in verità molto meno, ma solo per averne certamente parlato anche troppo nei mesi precedenti. Del resto quei cartelli all’ingresso del paese, “Città delle Tholos”, giusto sotto quelli indicativi della località San Piero Patti, ufficiali come da Codice della Strada, obbligavano, obbligano e obbligheranno ancora a parlarne.

Scritti in quel modo, e soprattutto visti dopo una curva, magari dopo un anno di lontananza, quando quei cartelli appaiono all’improvviso insieme a quelli di sempre che significano “siete arrivati a San Piero”, assomigliano molto – almeno per noi che torniamo dal Nord e a certe aggiunte pseudoidentitarie, grafica su sfondo marrone, siamo ormai abituati – ai mille cartelli che sono fioriti in questi due decenni al di qua del Po, dal Monviso al Carso, per significare “qui ci stiamo noi, che ci chiamiamo in realtà così e così, diversi da voi che arrivate, ecc.”. Questi, a cui ci siamo ormai abituati, sono cartelli che richiamano un’identità che si vuole specifica e diversa da paese a paese, scritti possibilmente in dialetto, magari a indicare che si tratta di una “terra di lingua veneta” e che prima e dopo un canale, fra mare e bosco di pianura, si trova la terra friulana o quant’altro, che è altra cosa rispetto a dove vi trovate.

Certo, quei cartelli si possono scrivere più facilmente in milanese piuttosto che in gallo-italico sampietrino, la cui scrittura non è codificata, ma se servono a darsi una identità i cartelli che accompagnano quelli ufficiali si possono disegnare o scrivere anche in altro modo, e allora in giro per l’Italia si possono trovare anche mille città della ceramica, del mobile, del peperone, ecc.. Ci sarebbe quindi da chiedersi prima di tutto se San Piero ha voluto darsi un’identità aggiungendo un cartello all’ingresso del paese o se quella aggiunta è solo frutto di una ormai consueta approssimazione del fare le cose.

Se la risposta è la prima, San Piero avrebbe potuto cercare meglio e trovare anche qualche altro nome. La fantasia, forse, o qualcos’altro, ha partorito invece “città delle Tholos”, e allora che fossimo sotto l’ombrellone o in trattoria davanti a un piatto di maccheroni non si poteva non discutere in compagnia di questa novità. Con molte e assai varie considerazioni, qualcuna delle quali mi pare si possa mettere in comune su questa pagina, tanto per averle sotto mano e farci al bisogno qualche nuovo ragionamento. Pillole, qualche spunto, niente di più, e qualche domanda, che su questa faccenda, come diceva quel tale in televisione anni fa, sorge spontanea. In breve:

  1. L’iniziativa di conservare, tutelare e valorizzare il proprio patrimonio etnoantropologico è cosa meritoria. Dove si fa con consapevolezza, attenzione e metodo si generano esperienze interessanti. Quindi l’iniziativa che riguarda queste architetture semplici della tradizione pastorale di questa parte dei Nebrodi e in sé lodevole e positiva. Ma con qualche osservazione da fare …
  2. Cercando qui e là il significato della parola “tholos” si scopre senza difficoltà, sui libri o in Rete, che il termine indicava in origine delle tombe di tarda Età del Bronzo e veniva e viene usato soprattutto per indicare gli edifici sepolcrali micenei. Il termine fa riferimento però soprattutto al particolare tipo di copertura, formata da blocchi di pietre sovrapposti in forme circolari, di diametro via via decrescente. In sostanza, in architettura e pressoché in ogni disciplina o trattazione posteriore a quell’epoca storica, più che usare il lemma specifico si usò e si usa riferirsi più correttamente a costruzioni “a forma di tholos” o, più spesso, con “copertura a tholos”. Nulla quindi, se si vuole essere filologicamente rigorosi, autorizzerebbe a chiamare semplicemente “Tholos” costruzioni in pietra a uso pastorale relativamente recenti, ne tanto meno a farne un plurale femminile (né tanto meno maschile senza h, i tolos, come appare sul sito del Comune). Tanto varrebbe allora utilizzare il plurale greco “Tholoi”.
  3. Facendo uno sforzo ci si potrebbe mettere d’accordo su un nome in lingua attuale che possa avere il significato di “costruzione usata come rifugio provvisorio dai pastori”. Anche se è vero che i nomi locali, dialettali, sono inevitabilmente diversi nei comuni che ospitano queste costruzioni a tholos - Montalbano, Floresta, Ucria, Raccuja, oltre a San Piero - oggi relativamente vicini per la facile percorrenza delle strade ma ancora un secolo fa lontani ore e ore di cammino, credo che un nome condiviso si possa trovare. Uno nuovo o uno fra i molti che oggi prevalgono, diversi per riferimenti ed etimologia: “pagghiari”, come quelli di Orelluso a Ucria; cubburi a Montalbano o cubbari; pagghiaru, casottu, stazzu (solo se, come in italiano, associato al recinto per gli animali) a San Piero; ecc.
  4. “Città delle Tholos”. Già. Considerato tuttavia che le tholos censite nel territorio del Comune di San Piero sono veramente poche rispetto a quelle degli altri comuni montani vicini e che certo la principale vocazione del paese non è mai stata quella bucolica, piuttosto e senza dubbio la coltivazione dei terreni, il termine si addice assai poco a rappresentare una sorta di identità, ancorché rivolta al passato.
  5. Chi ha curato l’iniziativa di valorizzazione ha posto qui e là lungo le strade dei comuni interessati dei pannelli esplicativi. Ottima cosa ovviamente ma, contrariamente a ogni indicazione da manuale di allestimento/livello ABC, dove sono stati messi i pannelli non ci sono tholos – almeno per quello che ho visto in ambito sampietrino - e dove ci sono le costruzioni non ci sono pannelli esplicativi. Proprio come se in ogni museo, area archeologica, centro storico, ecc. del mondo cartelli e cartellini siano posti su altre pareti, in altre stanze, in altri ambienti, rispetto a ciò di cui parlano o spiegano. I pannelli posti a Fondachello o alla Cappella della Rocca, per citare due esempi, non hanno tholos vicine, mentre ai Tafuri il cartello che si erge solitario al di là della recinzione, lungo la provinciale, a indicare un-a tholos nulla spiega e nulla dice oltre alle denominazione scelta dal curatore. Chissà cosa (non) ha pensato chi ha deciso questo genere di “allestimento”?
  6. Sui pannelli, posti dove sono stati posti, una breve illustrazione introduce alle tholos dei Nebrodi. Tratto da “Le tholos costruite in Sicilia” del prof. Pietro Imbomone, il brano riportato descrive gli edifici molto bene e, anche con l’aiuto della grafica, il lettore-potenziale visitatore può farsi un’idea di cosa sono e di come sono fatti questi edifici a tholos. Manca tuttavia ogni riferimento alla datazione, elemento di conoscenza molto utile, anzi indispensabile per la loro corretta “comprensione”. Riguardo alla datazione i pannelli riferiscono che non meglio precisati studi fanno “…ritenere l’origine di queste costruzioni risalente a tempi antichissimi. Quelle pervenute oggi a noi, oggetto sicuramente di successivi interventi, manipolazioni e ricostruzioni testimoniano la presenza nel territorio di una popolazione in possesso di una capacità del costruire molto elevata ed evoluta”. In pratica non ci dice a quando, ovviamente più o meno, anche a secoli calcolati con lo spannometro, risalgono le costruzioni. In questo modo non sappiamo come poter davvero considerare quella “capacità di costruire”, perché una cosa è che le costruzioni appartengano a un’epoca arcaica, ben altra se a un’epoca recente. Mio zio ricorda suo zio che gli raccontava di un edificio a tholos che aveva costruito al Pizzo Argeri, quindi potrebbe trattarsi in alcuni casi di costruzioni anche relativamente vicine alla nostra memoria. Nella datazione purtroppo non ci aiuta neppure il contributo che si può ricavare dalla home page della Pro Loco di San Piero, tratto dalla tesi di dottorato di Renato Cilona, che pure mette in evidenza altri aspetti importanti, come lo stretto rapporto che questi edifici hanno con il territorio che li ospita e con l’attività pastorale e agricola. Le ipotesi fatte per una possibile datazione sono anche qui vaghe o fantasiose, a cominciare da quella ritenuta la più probabile, che collocherebbe i rifugi a tholos che possiamo oggi osservare sui nostri monti “in un periodo remoto rispetto all’era classica e ellenistica”. Il buon stato di conservazione dei rifugi presenti sui Nebrodi orientali dovrebbe a parer mio condurre ad altri ragionamenti, ed è probabile che l’attività di ricerca sia stata condotta finora, nonostante il loro recupero e valorizzazione, in misura insufficiente e con strumenti di indagine non del tutto adeguati.
  7. Del tutto assente dalle illustrazioni dei pannelli esplicativi è il riferimento ad altre simili costruzioni presenti in altri luoghi del nostro Paese. Ogni buon antropologo ne avrebbe fatto almeno cenno, e dire che il riferimento ad altre simili presenze ed anche alle iniziative di recupero è alla portata di mano di ognuno, già dalle prime pagine di una semplice ricerca in Rete. I paesaggi montani d’Abruzzo, e in particolare la Majella, sono caratterizzati, come i nostri monti, da terrazzamenti fino a qquote alte e da “capanne” in pietra a secco, chiamate in dialetto “pajare”, dalla struttura a tholos. Anch’esse vengono fatte risalire, pur con una tecnica costruttiva immutata, dai tempi remoti fino agli anni Cinquanta del ‘900, e in molti casi risultano ancora utilizzate. Anche in Abruzzo molte di queste costruzioni sono state recuperate grazie a progetti di restauro e alcune sono state perfino trasformate in strutture ricettive. Risalendo la Penisola, costruzioni del tutto simili si trovano nel Piceno, dove sono ancora visibili le “caciare”, anch’esse “capanne a tholos”, costruzioni in pietra a base sferica dove i pastori lavoravano, conservavano i formaggi e si riparavano per dormire, uniche testimonianze di una civiltà pastorale ormai scomparsa del tutto.
  8. Quando anche l’allestitore avesse messo cura nell’allestimento avrebbe però forse fatto bene a far leggere ai nativi i cartelli prima di scriverli (Ufficio Tecnico Comunale o che altro). Bello quel cartello, con il logo creato per l’occasione e il nome della proprietà virgolettato, peccato però che la località Tafuri fosse stata scritta come non risulta su nessuna cartina e su nessun documento, ossia come Tafurri, con due erre, per un nome locale impronunciabile per noi sampietrini che già ruotiamo la unica erre che c’è.
  9. La tholos Tafur(r)i 2 è molto vicina alla strada provinciale e può invitare a una sosta per la visita. Vicino alla costruzione il terreno è stato ripulito ma, come si vede dalla foto, è stato aggiunto intorno un indefinibile cerchio di pietre. C’era? C’era mai stato? C’era bisogno? Cosa significava? Cosa significa? Tutto il sito appare ora tutt’altra cosa rispetto a come era prima dell’intervento e a come certamente poteva apparire al pastore che si rifugia-va nella costruzione. Una trasformazione, quasi una decontestualizzazione sullo stesso sito, qualcosa che non si dovrebbe fare, soprattutto se intorno non c’è niente che spieghi, che faccia capire alcunché, dell’edificio, del suo uso, e soprattutto del perché qualcuno ha pensato di presentarlo ai visitatori in quel modo.
  10. Ultima considerazione, ma non meno importante. Io non so quanto è stato speso per tutto l’itinerario delle Tholos nei comuni di San Piero, Montalbano, Ucria, ecc. Certamente non poco, fra incarichi, consulenze, allestimento, acquisizioni, ecc. L’operazione di recupero delle tholos potrebbe anche essere considerata, come detto sopra, una buona cosa, ma nessuno mi toglie tuttavia dalla testa che certo essa non poteva, e non doveva, viste le mille necessità di una terra afflitta da mille problemi quotidiani, essere fra le prime cose da fare in ambito culturale (e non solo). Altre appaiono le priorità, per le quali magari non si trova mai un euro.

Cominciamo a impegnarci per qualcosa: la nostra memoria

Non è che abbia avuto molti riscontri alle tracce utili per il paese di San Piero che lo scorso autunno avevo voluto indicare qui sotto! Nonostante peraltro li abbia segnalati a diversi amici, solo qualcuno di loro si è fatto vivo per dire la sua e la cosa è tutt’altro che incoraggiante. Certo, questo è un sito molto personale e non è che possa essere molto frequentato come certi blog - non ci tengo nemmeno del resto – e quindi sarà senz’altro questo il motivo dello scarso interesse per le problematiche del paesello natio. Siccome tuttavia i contatti con i sampietrini di San Piero e con i sampietrini “di fuori” sono stati in questi mesi assai più numerosi dei riscontri a questa pagina – anche solo per auguri e quant’altro – devo dedurne che gli argomenti proposti hanno suscitato ben poco interesse. E naturalmente ci ritroveremo in estate a fare le solite chiacchierate e a lamentarci delle solite cose, fra i sampietrini di fuori e con i sampietrini di San Piero. In fondo è come quando eravamo ragazzi, parole tante fatti pochi. Molto pochi anzi, e anche quando si richiedeva (e si richiede) solo un piccolo sforzo. Chissà se è la “natura” dei siciliani che prende il sopravvento nel momento di tradurre i lamenti in impegni!?

Comunque, siccome mi si richiede solo un piccolo sforzo di scrittura, non mi costa niente riprovarci a chiedere l’aiuto dei sampietrini di fuori e dei sampietrini di San Piero. Cominciando anche da cose che sembrano piccole. Magari anche lontane, come la memoria. Chi ha la pazienza di rimanere su questa pagina può vedere più sotto il punto 8, che parla proprio di archivio della memoria e ne propone la costituzione, oramai quasi un dovere per ogni comunità desiderosa di una qualche identità condivisa. Come l’album di famiglia: a non averlo si perde molto del proprio significato.

Al punto 8 la proposta è più ampia, ma credo che valga la pena di partire dalla parte più stimolante per sollecitare poi impegni più significativi. E il patrimonio fotografico di gran lunga più significativo per il paese di San Piero è senz’altro quello in possesso del sig. Pietro De Luca, che per un lungo periodo ha accompagnato come “il fotografo”, pubblico e privato a seconda delle circostanze, l’esistenza di tutti i sampietrini. Pietro De Luca Ha svolto la sua professione con grande disponibilità e cortesia, le stesse doti umane che peraltro ha messo come amministratore pubblico quando ha avuto occasione di assumere questo ruolo: ricordo alcune delle prime edizioni dei Giochi della Gioventù a metà degli anni settanta, molto ben riuscite anche grazie alla sua disponibilità.

Il patrimonio fotografico del sig. De Luca meriterebbe considerazione e impegno da parte di tutti i sampietrini, a cominciare dal Comune e dalla Pro Loco, così da diventare fondamentale risorsa della comune memoria. Sarebbe auspicabile la costituzione di un apposito “fondo” organizzato, che rimanga magari anche privato, ma dalla cui accessibilità possa ricavarsene documentazione per studi e ricerche sulla storia del paese, ma ancora più opportuna sarebbe la pubblicazione di un bel volume di memorie, come oramai c’è l’ha anche Rio Bo. Naturalmente di queste iniziative da intraprendere - facendo peraltro attenzione a non cadere nell’approssimazione, ma avendo riguardo allo stato dell’arte in quest’ambito – non si può fare carico interamente al sig. De Luca. Mi risulta che egli mostri come sempre grande disponibilità, ma per riuscire a restituire ai sampietrini parte della loro memoria più importante non può fare tutto da solo, stante anche la complessità delle operazioni necessarie e i loro significativi costi. Né l’allestimento di qualche mostra ogni tanto, anche quando fosse ben organizzata, può sostituire il prezioso contributo che viene dato da un fondo ben organizzato e da pubblicazioni di pregio.

Capisco che San Piero non è posto dove gli enti e gli sponsor fanno a gara per sostenere un impegno che sotto il profilo economico può essere rilevante, ma penso che sia il Comune di San Piero che la Pro Loco dovrebbero sentire come doveroso uno sforzo rivolto a far uscire dall’oblio il prezioso patrimonio di Pietro De Luca. Ci sono molte strade che si possono percorrere per reperire le risorse organizzative e finanziarie necessarie, e qualche strada può anche essere percorsa insieme a cittadini di buona volontà, o anche imprese del paese, che magari spendono nel corso dell’anno risorse in pubblicità per ricavarne una buona immagine aziendale perdendosi una buona occasione come questa. Per conto mio credo che siano utili anche l’incitamento e l’aiuto di sampietrini che condividono questo bisogno, a cominciare da quelli che in paese ci abitano, ma senza trascurare anche quelli che mantengono con il paese legami significativi.

La Rete può aiutare in molte cose. Questa proposta di tirare fuori il meglio della memoria iconografica del paese di San Piero ha bisogno di essere appoggiata. Beninteso, i sampietrini non hanno certo bisogno di questi suggerimenti per fare da soli, né lo spirito delle mie pagine su San Piero deve essere frainteso. Tuttavia spero che almeno questa proposta – come, mi augurerei, per le altre dei 10 punti qui sotto – possa essere utilizzata, e quindi chiedo ai pochi che verranno a trovarmi di far girare queste righe, di farle arrivare a chi è in grado di condurre in porto un’idea, a chiunque può dare una mano, dagli amministratori comunali all’ultimo degli amici, che magari può diventare uno sponsor che aiuta la memoria dei sampietrini. [30 aprile 2008]

La strada!!!!

È la seconda volta nel giro di qualche settimana che sulla Gazzetta del sud si possono leggere positiveÉ notizie sulla tanto agognata strada. Su quella del 19 aprile in particolare si legge che “Buone notizie giungono da Palermo per il completamento del primo e secondo lotto della superstrada Patti-San Piero Patti-Francavilla-Taormina. L'assessorato regionale ai Lavori pubblici ha, infatti, esitato favorevolmente i progetti trasmessi dalla Provincia di Messina relativi agli interventi per la strada a scorrimento veloce …”. Su quella strada di cui avevo sentito già buone notizie quaranta anni fa ci speriamo tutti. Se poi si farà fino alla fine – magari nel rispetto dell’ambiente, così da non rovinare ciò che è veramente ancora spendibile come risorsa – questo forse lo vedranno i nostri figli. Tuttavia il giorno che, fra qualche anno, tornando a casa, potrò prendere all’uscita dell’autostrada una strada veloce, almeno fino a Librizzi, evitando venti minuti di gimkana per strade sconnesse, sarò felicissimo. Insieme a molti altri. [22 aprile 2008]

Un anno dopo

Un anno dopo. Un’estate dopo. L’autunno si avvicina nuovamente a passi lunghi e rapidi, almeno qui in Brianza, dove non si aspetta San Biagio e il nuovo anno comincia sempre con l'ultimo lunedì di agosto. Ora posso fare qualche riflessione a mente fredda e per mio conto, fornendo qualche spunto per quelle degli altri. San Piero e la Sicilia sono nuovamente lontani e si può riflettere sulle cose senza che esse abbiano più il maquillage del clima da vacanza e del mare di agosto, senza le deformazioni che i molti incontri in pochi giorni spesso procurano, più deformanti degli occhiali di un altro. Una vacanza lunga quest’anno, cominciata a luglio, e qualche occasione in più per ragionare su San Piero sempre uguale e San Piero con grosse novità: problemi vecchi e nuove prospettive, vecchie aspettative e inediti problemi.

Parentesi. Giova ripetermi: la pagina principale di San Piero è fatta per tutti i visitatori – storia, arte, miscellanea forse utile – e questa dove vi trovate invece è fatta per i sampietrini: sampietrini che si definiscono tali perché in paese ci abitano tutto l’anno, quelli che non ci abitano tutto l’anno eppure concorrono in modo cospicuo a rimpinguare le casse comunali (e talvolta fruiscono di servizi che si ha difficoltà a chiamare tali), e quelli infine che San Piero se lo portano nel cuore, anche se tornano quando possono o quando possono fanno almeno toccata e fuga. È un modo per parlare della San Piero di oggi con chi vuole essere interessato.

So che più d’uno leggerà questa pagina. Se le poche righe che scrivo possono interessare e intrattenere molti visitatori del sito sono ovviamente più contento. Lo sono ancora di più se posso sperare di essere in qualche modo anche utile. E comunque chi volesse commentare su questo sito potrà farlo senz’altro. Ogni opinione, purché rispettosa di quella degli altri, è bene accetta. C’è una pagina sempre pronta a ospitare questi interventi.

San Piero ha da qualche mese nuovi amministratori e la svolta mi pare sia stata traumatica. Con chiunque mi capitasse di parlare, appena qualche settimana fa, potevo intuire chiaramente che stava da una parte o dall’altra di due fazioni contrapposte e nemiche. A volte non servivano lunghi discorsi, bastavano poche parole, qualche battuta. Qualche voce più equilibrata gridava nel deserto. Non c’era, insomma, l’aria buona del paese. C’era l’aria pesante, e qualche volta c’era anche il bisogno di prendere una boccata d’aria altrove. Di questo morbo che avvelena ancora l’aria nessuno sentiva il bisogno e vanno prese misure antinquinamento più in fretta che nella Pianura padana. Le parole di Paleologo alla Festa dell’Emigrante avevano questo significato: occorrono contributi che giovano al paese e a una seria riappacificazione, che però tarda a venire nonostante dalle elezioni siano già passati mesi.

È anche la mia convinzione e quella di altri amici. Per questo mi è sembrato giusto organizzare il pensiero di queste riflessioni postvacanziere in un certo modo. Dieci punti, dieci proposte che vogliono essere utili, a cominciare dalla più ovvia, ossia dalla necessità di considerare che la campagna elettorale non può essere eterna. Dieci punti che possono trovare accoglienza. Niente di originale o di particolarmente “intelligente”, intendiamoci. Idee per bisogni che sono, o possono essere, sotto gli occhi di chiunque. Argomenti, almeno i più importanti, che certamente sono da tempo all’attenzione quotidiana degli amministratori di turno. Argomenti che degradano per importanza: gli ultimi possono essere dettagli, ma spesso è la cura dei dettagli che definisce la qualità della vita e l’efficacia di una buona azione amministrativa.

Dieci punti. Che possono rimanere anonime righe perdute nel gran mare della Rete, come spesso rimangono sulla carta certi programmi amministrativi buoni solo per il periodo elettorale. Dieci punti: chi vuole sostenerli può farlo in molti modi, anche a distanza. Chi vuole impegnarsi a dare una mano può dare il proprio contributo. Oltre che nelle decisioni degli amministratori comunali, che il compito di assicurare il “buon andamento” ce l’hanno come imperativo costituzionale, mi piacerebbe trovare qualche riscontro nei tanti che la pensano allo stesso modo e lo dicono solo quando capita, e soprattutto in coloro che sono disponibili a fare qualcosa, a dare una mano, a non parlare solamente quando si tratta di fare l’analisi della situazione passeggiando a tarda sera.

1. A ognuno il suo ruolo

Alla Festa dell’emigrante c’erano pochi sampietrini! A confronto con l’anno scorso, quando bisognava sbracciarsi per conquistarsi un assaggio ai tavoli dei ristoratori, sembrava un’altra manifestazione. C’erano sì gli emigranti - più o meno quanti l’anno precedente, anche se si facevano notare le assenze - ma fatta eccezione per gli amministratori che non potevano mancare, per gli organizzatori della Pro Loco che dovevano darsi da fare, per qualcuno che ha voluto cogliere l’occasione di rivedere vecchi amici e per qualcun altro mosso da semplice curiosità, mancavano i sampietrini di San Piero e mancava soprattutto una parte di coloro che avrebbero potuto o dovuto esserci.

Perché? La domanda, come dice un tale, non poteva non sporgere spontanea quella sera. Qualcuno (e molti concordavano), maliziosamente, sul momento attribuiva il fatto alla ridotta possibilità di cenare gratis, ma altri sostenevano invece la tesi che quella serata un po' così dipendesse soprattutto dal boicottaggio di una parte contro l'altra …

Forse questi ultimi esageravano ed era più vera la prima di quelle motivazioni. Forse ci saranno state altre cause. Forse, come mi auguro, con il passare delle settimane l'aria che si respirava comincia a essere diversa. Forse, ma se le divisioni, l'odio quasi, fra le due fazioni politiche continuano allora per il bene del paese è il momento di fermarsi a riflettere sul serio. Se è così voglio aggiungere il mio invito a quello che è stato già rivolto da altri. Alieno da ogni retorica di circostanza, perché non è il caso. Non voglio usare le parole delle buone intenzioni - avendo amici in entrambe le parti suonerebbe falso - e l'invito a piantarla per il bene del paese lo voglio fare a modo mio.

Certamente passerà molto tempo perché le divisioni, e anche le reciproche offese, possano essere dimenticate. Ci vorrà tempo, se mai verrà tale momento, per il rispetto e la leale collaborazione. In un piccolo paese è anche più difficile dimenticare, perché ci si incontra tutti i giorni, ci si scruta, ci si controlla e il sospetto è a ogni angolo insieme alle facce di chi è pro e di chi è contro. Forse ci saranno amicizie che non si ricuciranno più. Nel frattempo la conseguenza di queste divisioni saranno ulteriori danni. Ma per il bene di un paese che si spegne a poco a poco occorre recuperare almeno il senso di responsabilità. Che almeno gli amministratori delle due fazioni diano l'esempio con lo sforzo di legittimarsi a vicenda: e facciano la loro parte, così come la disegna la legge, così come la definisce la logica delle cose, così come vuole ogni principio di correttezza istituzionale.

Eviterò ovviamente ai visitatori di questa pagina il rischio di trovarsi di fronte a disquisizioni dottrinali e riferimenti alle norme. Questo sito non serve a far venire il mal di testa e sui testi e sui codici ci abbiamo già trascorso molto tempo. Per questo ricorderò qui solamente che chi ha avuto il mandato dei cittadini per amministrare deve farlo in piena libertà e con pienezza di poteri, contando sugli strumenti che l'Ordinamento mette a disposizione, compresa la macchina comunale, fatta di persone e di capacità organizzative che, sulla base dei principi di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione, sono al leale servizio dei programmi e degli obbiettivi del Sindaco e della Giunta. Se questi ultimi tendono nella loro azione quotidiana a violare norme e principi, l'Ordinamento ha in sé gli strumenti per correggere e punire. Sul piano politico saranno invece i sampietrini, alle prossime elezioni comunali, a giudicare con il loro voto dell'operato di coloro cui si sono affidati. L'alternanza è una medicina salutare quando serve, altrimenti prende piede il morbo della convenienze personali, delle clientele, delle protezioni.

L'opposizione, per suo conto, ha tutto il diritto di proporre, verificare, controllare e far controllare, con tutti gli strumenti legittimi che ha a disposizione, l'operato del Sindaco e della Giunta. Per il principio di trasparenza, ma non solo: i cittadini che votano prima di conoscerne l'esito affidano ai vincitori il compito di amministrare e ai perdenti quello, non meno importante, di controllare. Un compito fondamentale quest'ultimo, alla base dello stesso principio democratico, e ancor più importante da quando il sistema si è evoluto verso la sostanziale eliminazione di tutti quei controlli sui Comuni, preventivi e successivi, che non siano quelli affidati a giudici.

Il Sindaco, in sostanza, non può essere buono solo se accoglie le istanze dell'opposizione, e quest'ultima, a sua volta, non può essere buona solo se lascia fare. Il suggerimento (e l'invito) è quindi che ognuno faccia la sua parte nel modo migliore, per il bene del paese!

Per finire e dare un appoggio ulteriore a questa mia esortazione rimando a quel commendator Vincenzo Picardi di cui ho voluto riportare in un'altra pagina di questo sito, fin dalla sua comparsa in Rete, la sua relazione al Consiglio Comunale del Comune di San Piero Patti. Non fu un giurista di chiara fama, ma le sue parole mi sono sempre sembrate chiare, e per questo utili ad amici di Meda e di San Piero impegnati nelle cose comunali. Era il 1885, ma le sue considerazioni sulla distinzione dei ruoli sono sicuramente più che attuali!

2. La strada dell’avvenire!

Passano il tempo inutilmente! Ogni volta che dopo un anno arriviamo al casello di Patti coltiviamo la speranza che sia la volta buona e invece quella strada per arrivare a San Piero è sempre più brutta. Almeno un tempo - ma tanti anni fa! - in primavera e all’inizio dell’estate si potevano vedere lungo la strada persone che se ne prendevano cura, “cantonieri” che asfaltavano lunghi tratti o che, seppure con esagerata lentezza, tenevano pulite le banchine. La carreggiata sembrava più larga, il fondo era meno sconnesso e non c’era quell’orrendo cartello che oggi, per tutta la lunghezza, invita alla prudenza per strada dissestata.

Non servono certo queste poche righe per rimarcare che la strada per il casello è l’indispensabile tramite per il Mondo, l’unico mezzo per convincere a restare chi lavora nei dintorni, la differenza fra un paese che muore e uno che può sopravvivere. Un collegamento veloce è la possibilità di un futuro e anche di tante altre cose, compresa la vita o la morte quando si è su un’ambulanza. Anche le altre strade provinciali per Favoscuro e Raccuja meriterebbero ben altra attenzione, ma la priorità delle priorità è verso il mare.

Quando ci capita di andare in giro da queste parti con qualche amico durante le vacanze non sappiamo se dobbiamo vergognarci più delle strade o dell’Amministrazione Provinciale che dovrebbe averne cura. Se dal suo primo annuncio – una quarantina di anni fa - a oggi una strada veloce verso Patti non si è potuta fare, qualunque fosse stata l’idea o il progetto che ci stava dietro, la colpa non può essere però che dei sampietrini, di ieri e di oggi. Mi ci metto anch’io.

Forse il prossimo anno si arriverà a Bivio Colla. Ci sarà anche chi si accontenterà, ma non mi sembra una soluzione. Qualcuno dice che è stato sempre un problema di scarso peso politico. Può essere, e siccome conosco bene come funzionano le cose da queste parti, lo scarso peso politico può durare in eterno, qualunque sia l’amministratore di turno. Non c’è allora che provare una di quelle estreme soluzioni che i cittadini trovano quando sono abbandonati dalle istituzioni. Le proteste popolari non sono delle belle soluzioni, sono anzi l’anticamera del fallimento della rappresentatività, ma se ne può scegliere una efficace e non violenta. La protesta popolare in genere paga, almeno se è compatta e se gli amministratori locali, che sono e restano punti di riferimento anche nei momenti di difficoltà, non fanno i furbi cedendo agli interessi di parte.

Si può, ad esempio, minacciare di non andare a votare per protesta, tutti in massa, senza divisione di schieramento, perché la strada è un interesse di tutti. Certo, non alle comunali o alle politiche, dove o non avrebbe senso o mille voti, e anche duemila, contano molto poco. Ma per un candidato alle regionali, e ancora di più alle provinciali, anche mille voti che mancano fanno la differenza fra l’elezione e la bocciatura. È una soluzione praticabile, se solo le forze politiche sampietrine volessero considerare la strada terreno di interesse comune e vitale. Il risultato potrebbe essere il più prezioso investimento nel futuro, per le generazioni presenti e per quelle che verranno.

3. La viabilità

Succede la stessa cosa dappertutto, senza distinzione fra Nord e Sud, grossi centri e piccoli borghi, affollate località turistiche o semideserti centri urbani. Quando si è soffocati dal traffico e l'unica soluzione possibile per sopravvivere sono le isole pedonali, la sola idea che queste si facciano scatena coloro che nell'area prescelta esercitano un'attività. Comitati, proteste e ricorsi si scatenano fino a quando la decisione non viene presa e il provvedimento attuato. Spesso però dopo un po' i più soddisfatti sono proprio coloro che ne erano i più feroci avversari.

Legittimo che si possa non essere d'accordo, però a volte si esagera e il percorso che si deve fare per rendere più vivibile un centro storico risulta decisamente faticoso. Sull'istituzione di un'isola pedonale si consumano in effetti ore e ore di dibattiti pubblici, crisi di giunte e carriere di assessori. Negli ultimi tempi di un mandato amministrativo una tale iniziativa può costare il rinnovo e quindi tutti consigliano ai sindaci di decidere la pedonalizzazione di un'area nei primi tempi dopo la loro elezione (come per ogni decisione saggia o necessaria ma potenzialmente impopolare fino alla sua elaborazione come cosa utile).

Ora non credo che ci sia qualcuno, compresi i proprietari degli esercizi commerciali che vi sorgono, che possa ritenere che intorno a Piazza Duomo, Via Garibaldi, Via Tasso e Via Mazzini - quanto meno - non si sia arrivati veramente alla frutta! Traffico e parcheggi selvaggi rendono invivibile quest'area. Non serve neanche descrivere il disagio, perché i sampietrini lo vivono ogni giorno. In estate, e intorno ad agosto in particolare, è anche peggio, ma certe giornate, le feste, i sabati, ci sono tutto l'anno. Una decisione drastica va presa per forza: niente parcheggi e forti limitazioni al passaggio, con qualche eccezione, minima e ragionevole.

Non è comunque una questione che riguarda solo quell'anello disgraziato di vie. Chi a San Piero torna ogni tanto e chi ci viene più spesso per lavoro, il raro turista o chi ci arriva per necessità, tutti rimangono costernati dallo stato del traffico: le strade, le case, ogni spazio utile divorato dalle auto. Da quando si entra in paese a quando si va via. Chi ci abita forse ci avrà fatto l'abitudine e, avendo l'esempio vicino di Patti o di qualche altro caotico centro, magari considererà ormai normale lo stato di cose, ma anche se ci hanno fatto l'abitudine, autisti e pedoni sono sempre uomini, e ogni tanto possono sbagliare i calcoli: e allora una sfregatina qua e un'altra là, le lunghe attese, gli slalom, ecc.

È cosa buona e saggia saper prendere esempio da chi ha saputo fare meglio. E non sempre occorre guardare lontano. Anche solo andando in giro per la Provincia, ci sono paesi dove in questi ultimi anni le decisioni drastiche sono state prese. Arrivandoci da turisti abbiamo potuto godere di una buona impressione di ordine, riguardo per gli spazi comuni, valorizzazione delle (magari non ricche) testimonianze storiche. Insomma, di una sorta di considerazione per la qualità della vita e di rispetto degli altri, abitanti e visitatori.

Senza decisioni coraggiose non mancherà molto e i sampietrini rimarranno imbottigliati nella via Tasso o in qualche altra via del centro. Né ci sarà mai un paese accogliente, qualunque sia l'iniziativa o il monumento o il museo che si vuole promuovere. La possibilità di trovare soluzioni al problema del traffico ci sono; considerazione per la qualità della vita e rispetto per gli altri andranno imparati e praticati ogni giorno.

4. Pulizia e decoro

La questione fa il pari con il problema del traffico e della viabilità, anche se il decoro e la bellezza di un luogo difficilmente si ottengono con le sole ordinanze e senza il concorso convinto dei suoi abitanti. Le regole ci sono ma la realtà dei fatti è penosa.

Coloro che le regole sono chiamati a farle rispettare girano sempre la testa dall'altra parte. Quando un vigile farà una multa a chi sporca davanti ai suoi occhi vorrei essere il primo a saperlo per festeggiare. Un anno dopo chi pulisce in casa e poi butta fuori la sporcizia raccolta continua a farlo come sempre. E il nuovo carrozzone costruito in stile siculo per la raccolta rifiuti, buono per fitte giungle di riciclati personaggi lautamente stipendiati, non ha certo contribuito al miglioramento del servizio. Anzi! Raccolto quello che non si può non raccogliere, strade e altri spazi pubblici sono alla mercé della maleducazione, mitigata nelle strade principali dall’opera delle poche scope di saggina rimaste in mano a qualche netturbino, specie oramai in via d’estinzione.

Parentesi. (L'unico effetto della nuova gestione è che il servizio costa di più al contribuente. Di questo ci rendiamo conto anche noi che siamo "non residenti", con cartelle triplicate e buona pace per quello che doveva essere un pagamento rapportato al servizio effettivamente reso. Per portare personalmente fino ai cassonetti, alcune settimane l’anno, i miei sacchetti di pattume pago a San Piero la stessa cifra che pago per avere tutto l'anno, al cancello di casa, il servizio di raccolta differenziata che mi permette di dividere umido, secco, vetro, metallo, scarti verdi… I siciliani rinnovano la fiducia sempre agli stessi politici da quando sono nato e poi si chiedono cos'è che fa la differenza con le regioni dove si vive meglio!).

Il decoro e la pulizia fanno il pari con il traffico e la viabilità. Anche in questo caso è cosa buona e saggia saper prendere esempio da chi ha saputo fare meglio. E anche in questo caso non occorre guardare lontano. L'acqua di Montalbano non rende più intelligenti e capaci di quella del Sambuco, eppure il paese vicino può stare nell'associazione dei Borghi più Belli d'Italia e su "La Repubblica" di un giorno d'estate può permettersi un'intera pagina promozionale sul borgo e sulle iniziative al Castello. Perché corrisponde alla realtà che viene propagandata. Hanno cominciato col decoro, poi la pulizia, e quest'estate le antiche strade erano abbellite dai fiori posizionati nei posti giusti. Anche andando in giro per le vallate dei Nebrodi ci sono paesi che in questi ultimi anni si sono trasformati e sono diventati accoglienti. Arrivandoci da turisti abbiamo potuto godere di una buona impressione fatta di pulizia e di decoro. Come per la viabilità: insomma, di una sorta di considerazione per la qualità della vita e di rispetto degli altri, abitanti e visitatori.

A San Piero accadono invece cose che non accadono da nessuna parte! Ad esempio (ma gli esempi possono essere diversi) il passaggio dei cavalli, con tanto di abbondante ricordino. Beninteso, io non ce l'ho con cavalli, cavalieri e organizzatori. Anzi! Penso che sia una bellissima forma di turismo e che vada ulteriormente incentivata e favorita: il turismo equestre permette di godere del fascino delle nostre vallate e del paesaggio da punti di vista che i percorsi obbligati delle auto non consentono di raggiungere, e ciò è sicuramente è un'ottima cosa. Ma nei giorni in cui per le vie principali i drappi della rappresentazione storica, abbellendole, cominciavano a informare i visitatori della manifestazione ormai prossima, chi entrava a San Piero poteva seguire lungo la via 2 Giugno i bei drappi insieme all'abbondante e fresco ricordo di un passaggio dei cavalli. E che dire poi degli improperi della povera signora con bambini che, lungo la strada che porta all'Arabite, avendo cercato il solo possibile refrigerio contro lo scirocco di luglio a pianterreno della sua abitazione, doveva starsene con la porta chiusa per i miasmi del ricordo che i cavalli appena passati gli avevano lasciato quasi sullo scalino di casa? In un posto normale i cavalieri sarebbero stati pesantemente multati e costretti a raccogliere i propri souvenir e a portarseli via! Vivo vicino a tre o quattro parchi e in queste aree naturali protette i numerosi cavalli e cavalieri percorrono insieme alle bici e alle persone pochi tratti, solo quelle strade ampie di campagna dove sono compatibili, altrimenti seguono le ippovie, e comunque non sporcano mai i centri urbani. Anche a San Piero si potrebbero attrezzare convenientemente alcuni punti agli ingressi del paese, dove si potrebbero lasciare i cavalli muovendosi poi a piedi, che peraltro è il modo migliore per visitare un borgo dalla storia antica.

Cavalli a parte, il problema della pulizia e del decoro di un luogo è evidentemente assai più grande. Vengono di solito tirati in ballo, inevitabilmente, cultura ed educazione. è come quando andiamo a casa d'altri: le condizioni in cui troviamo l'abitazione vengono addebitate agli inquilini. Se la casa è sporca l'attributo viene traslato su chi ci abita. I motivi della sporcizia possono essere tanti, e giustificabili, ma conta solo il fatto che la casa è sporca. Capisco che un paio di generazioni sono state abituate a pensare che ognuno fa quello che vuole, ma è ora che ogni sampietrino cominci a considerare San Piero come casa propria e a non fare in giro ciò che non farebbe nel salotto di casa sua.

Con gli interventi "una tantum" si può pulire il mondo per un giorno. Per tenere pulito tutti i giorni l'Amministrazione Comunale può fare molto di più - più cestini e non solo in centro, multe, iniziative, ecc. (per favore, però, niente cartelli e inviti fissi, perché invitano solo a pensare alla sporcizia) - ma più di tutto però, come si sa, può l'esempio. Non si comincia dai piccoli, perché poi crescano educati: il metodo funziona poco e spesso serve solo a gonfiare i POF delle scuole. Cominciamo dai grandi. Come in casa altrui, vicini, visitatori e turisti si guarderanno bene da sporcare ciò che si presenta pulito. E tocca per primi agli inquilini …

5. Un patrimonio che non si può perdere

Il recupero e il restauro del complesso conventuale dei Carmelitani avvenuto in questi ultimi anni vanno meritoriamente ascritti agli amministratori che se ne sono occupati. Seppure non ancora conclusi per gli interni e opinabili in alcune soluzioni - come opinabili sono peraltro tutti i restauri - trovate le risorse che occorreva trovare e fatto quello che si doveva fare, il paese può oggi contare nuovamente sulla bella struttura di quel Convento che è stato per secoli parte viva della comunità sampietrina. Per troppo tempo avevamo pensato tutti quanti che potesse diventare un rudere e la cosa non ci piaceva affatto. Ora che è diventato un apprezzato luogo di incontri e di esposizioni, oltre che di visita - ed è anche rimasto un pizzico di mistero con il fenomeno dei globi di luce - la memoria può andare senza rimpianti ai ricordi di cosa è stato il Carmine: qualche scampagnata quando c’era ancora lo spiazzo erboso, il posto dove facevamo educazione fisica nelle belle giornate negli anni delle medie e dove è nata la Tymetus del basket, il chiostro dove si raccoglieva la carta in quelle grandi raccolte che servivano a tirare su un po' di soldi … Con gli anni e con la proprietà che passava di mano il rischio del rudere era diventato reale. Si era arrivati a sperare nel minore dei mali, ossia la sua trasformazione a profitto di qualche privata speculazione. Oggi il Carmine è tornato a essere di tutti e la cosa va considerata con soddisfazione.

Il patrimonio culturale del paese di San Piero non è tutto in salvo però, anzi. Potessimo disporre di una carta del rischio dei beni com'è disponibile in alcune regioni, avremmo più di un motivo di preoccupazione. Nel secondo Dopoguerra sono andate distrutte diverse preziose testimonianze a causa della scarsa sensibilità dell’epoca e del bisogno di innovare, costruire e lavorare (piange il cuore a rivedere in fotografia il bellissimo portale della Chiesa del "Convento", tanto per fare un esempio). Nei decenni successivi, per la mancanza di vincoli, si è sempre più compromesso e poi si è irrimediabilmente perduto quello che era un tempo un "continuum" di assoluto valore storico, dall'Arabite al Castello. Eppure rimangono ancora beni artistici e architettonici, che alla luce di una ben diversa sensibilità è oggi necessario preservare dalla distruzione.

Un appello va quindi rivolto a tutti i sampietrini di buona volontà, agli enti privati che possono intervenire e alle pubbliche istituzioni, con in testa la nuova Amministrazione, perché intervengano con tutte le forze che sarà possibile raccogliere per conservare alle future generazione beni altrimenti destinati a scomparire per sempre. A parte quelli demoetnoantropologici (per i quali vale lo stesso discorso del rischio quotidiano, ma di cui dirò più avanti), questi beni sono apparentemente sotto gli occhi di tutti ma il principale rischio che corrono è dato proprio dal fatto che sembra che nessuno, o quasi, si accorga di cosa si può perdere. Si possono facilmente fare alcuni esempi di necessaria tutela e successiva valorizzazione, i principali almeno: Palazzo Orioles in piazza Duomo, che convenientemente restaurato e restituito alla vita può dare nuova forma e nuova vitalità alla piazza stessa; ciò che resta della Chiesa di San Leonardo e l'ambiente intorno, e come quest'ultimo quei pochi che rimangono intatti nella parte medievale del paese; e soprattutto il più importante di questi esempi, il più urgente, palazzo Orioles Boscogrande, che conserva il più importante ciclo pittorico del paese nelle decorazioni delle stanze, pitture di abilissima mano, in parte irrimediabilmente perdute o deteriorate, come tutto il complesso, lasciato al piano superiore alla mercé dei piccioni che ormai infestano il paese. Riporto qui un piccolissimo esempio di ciò che si sta perdendo in quel palazzo, esempio di bellezza e di deterioramento allo stesso tempo, simbolo se si vuole di questa vera e propria urgenza.

6. Un'area naturalistica di grande bellezza e importanza.

Il Parco dei Nebrodi si muove da un po' di anni con efficacia non comune da queste parti. Almeno sul piano della comunicazione e dell'immagine, anche se certamente non deve essere tutto oro quello che luccica: abbiamo trovato sportelli, percorsi e strutture efficienti e altre che decisamente non erano all'altezza delle aspettative. Certamente però il Parco amplia ogni giorno di più un ventaglio di attività decisamente interessanti. Quando venne il momento di decidere se farne parte o meno l'insipienza della scelta di restarne fuori fu per San Piero una decisione come tante altre di quei tempi, votate all'interesse del particolare e del momento e senza riguardo per il futuro dei sampietrini. Ho letto nel programma della nuova Amministrazione l'intenzione di aderire al Parco e mi sembra una buona cosa. Certo, come ogni parco degno di tale nome si prospettano limitazioni. Ma si presentano anche opportunità, e nell'attuale situazione credo che le opportunità - anche lavorative - meritino la dovuta attenzione.

Parco o non Parco, credo comunque che sia giunto il momento di ragionare sulla vallata del torrente Timeto, e in particolare l'alta valle da San Piero in su, come area naturalistica di grande pregio: caratteristica per il paesaggio e la vegetazione, vero polmone verde come se ne vedono pochi al Sud, fortemente antropizzata, modellata dal secolare lavoro dell'uomo, simile per certi versi a quella vicina di Sant'Angelo, ma più ampia e selvatica ora che anche il noccioleto è diventato per lo più boscaglia e l'agricoltura è pressoché scomparsa. Vista in primavera dall'Annunziata può sembrare una vallata alpina.

È il momento che quest'area di non comune bellezza venga giustamente valorizzata. Se serve a fare più in fretta si può costituire un comitato, si possono coagulare consensi. Certo, quando sarà, andrà fatta una gestione intelligente, un equilibrato governo di attività umane e protezione della natura, con un'attenzione a un fruizione larga ma corretta. Infinite sono le attività che si possono svolgere, diverse anche con profitto.

C'è un sacco di gente che viaggia per l'Italia spinta dalla voglia di conoscere camminando. Personalmente ne conosco parecchia. Il trekking è da tempo vera e propria attività di massa e non più riservata a una élite bizzarra. Sui Nebrodi può essere ancora scarsamente diffusa perché è troppo recente il legame fra il camminare e i lunghi percorsi dei poveri braccianti per arrivare sulle terre da lavorare, ma è solo questione di tempo. L'idea di recuperare vecchi sentieri lungo l'alta valle del Timeto per destinarli al trekking è un mio vecchio pallino, ma anche senza (l'impegnativo) recupero di mulattiere e viottoli percorsi da bambino, il territorio di San Piero è così fitto di strade secondarie, carrozzabili più o meno malmesse e "traccie" abbandonate, che bastano e avanzano per un fitto reticolo di percorsi. Percorrendoli se ne possono evidenziare gli aspetti naturalistici o antropici, e certo c'è molto da segnalare sotto l'aspetto delle archeologie rurali o dell'insediamento e del lavoro dei sampietrini in tanti secoli di popolamento della vallata.

Se a qualcuno l'idea può ancora sembrare balzana basta confrontare i numeri dei visitatori che partecipano alle visite guidate nei molti parchi italiani. E non c'è bisogno di guardare solo al Nord. Comunque quella del trekking è solo una delle tante attività che un'area protetta può favorire e in ogni caso lo scopo principale per la sua creazione è la protezione, la tutela, nel nostro caso sia degli aspetti naturalistici che delle testimonianze degli insediamenti e del lavoro dei sampietrini. Sarei molto contento se ci fosse qualcuno cui l'idea non piace solo come idea, ma vuole lavorarci sopra sul serio. Se può servire, c'è anche tutta la mia collaborazione.

7. Un museo degno di tale nome.

Al Castello i lavori sono a buon punto. La mole del nuovo edificio, che per imponenza, e per la posizione che occupa, sovrasta il resto del paese, domina oramai il panorama della vallata del Timeto. Non è una mia impressione, ma i dubbi su ciò che il grande edificio ospiterà dividono ancora i cittadini di San Piero. è quasi un dato statistico, seppure basato sul mio piccolo personale campione rappresentativo costituito di amici e conoscenti (che però disegnano più o meno la composizione “socio-economica” della popolazione del paese). In fondo sono le stesse divergenze di opinione che hanno accompagnato la costruzione dell’edificio in questi anni. Sulla carta la destinazione è nota e certa, non fosse altro per il fatto che le ingenti risorse pubbliche consumate non possono finire senza conseguenze pesanti in una delle tante malversazioni viste in giro. Qualcuno è convinto di assistere al film “Porcilaia 2” e il più benevolo degli scettici ne parla come di una delle tante cattedrali nel deserto. Può essere, ma speriamo che non finisca così.

Si può anche essere scettici sulla reale utilità di un tale edificio. Legittimamente. Il paese ha in fondo risorse e strutture che qualche anno fa non aveva e che vanno sfruttate convenientemente: il completamento del Carmine consentirebbe di ricavare facilmente numerosi e significativi ambienti per un uso culturale e turistico e il recupero dei sopravvissuti palazzi del centro storico amplierebbe questa disponibilità. Tuttavia è noto il funzionamento della cosa pubblica siciliana e, a fronte di esigenze vitali per il paese di San Piero che non trovano finanziamenti, gli amministratori portano sempre a casa quello che possono, anche se ciò che si raccoglie è per l’ultima necessità in fondo alla lista. Con questo sistema di cattiva gestione della cosa pubblica non si va lontano, ma i siciliani lo sanno e cercano di conviverci secondo le convenienze del momento.

Il grande edificio che domina il Castello tuttavia è in fase di completamento, e a questo punto è il caso di utilizzarlo al meglio. Anche rendendolo realmente accessibile ai numerosi visitatori che si attendono (almeno qualche volta all’anno), con parcheggi, ascensori, navette o altri sistemi, perché arrivare lassù per un convegno o anche solo da ospiti non è affatto semplice, neppure per coloro che saranno addetti ai lavori. Comunque l’edificio c’è e - a parte talune strane destinazioni che faranno discutere ancora a lungo - tanto vale fare al meglio quello che si può fare, valorizzando il più possibile le risorse investite. A cominciare da una istituzione di natura museale connessa al territorio.

Di questi tempi nascono come i funghi musei di ogni genere, ma soprattutto quelli che valorizzano le testimonianze del passato e in particolare quei beni di genere demoetnoantropologico che caratterizzano una località e il suo territorio. È senz’altro un fatto positivo, quando si tratta di istituzioni serie, concepite e strutturate secondo i più attuali criteri di organizzazione museale. È anche di moda parlare, ovunque, di ecomusei, ed è buona cosa, se essi si intendono correttamente. Se invece il risultato deve essere quello che abbiamo visto a Ucria, è meglio lasciar perdere. Sul sito ufficiale del Comune avevamo potuto anche leggere proditoriamente “Ucria città di musei”, e la curiosità ci ha spinto a visitarli quei musei. Beh, tanto vale chiamare con il loro nome le cose e conservare le raccolte per qualche mostra o per un momento migliore, ossia per quando un museo vero si può organizzare.

Sono passati quasi trent’anni dall’indagine fotografica di Silvia Genovese e Antonino Caruso sul lavoro rurale. È stata quella un’occasione perduta per continuare ad approfondire l’argomento e costruire intorno qualcosa di importante. Nel frattempo molte delle testimonianze materiali e immateriali di quel mondo che non c’è più se ne sono andate insieme ai molti protagonisti di quelle immagini. Con quello che è rimasto è ora il caso – lo sarebbe stato comunque, ma tanto più appare inderogabile ora che al Castello domina un tale edificio – di realizzare un museo come si deve, nell’accezione definita per questa istituzione dall’I.C.O.M. (International Council of Museums) e fatta propria in Italia dagli organismi nazionali e regionali che disciplinano e governano l'ambito dei Beni Culturali, ossia «Un'istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che compie ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell'uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e soprattutto le espone a fini di studio, di educazione e di diletto».

Naturalmente ci sono molti modi per declinare questa definizione e anche musei poco degni di questo nome pretendono di definirsi tali. In giro per la Provincia ce ne sono già troppi. Un "museo della città" sampietrino, come sempre più spesso se ne vedono creare dalla sensibilità di amministratori avveduti, anche diffuso sul territorio laddove è necessario conservare ambienti e architetture: se è questo che si vorrà, non potrà trattarsi allora di una qualche raccolta ammucchiata in qualche stanza polverosa. Potendo poi essere ospitato in una sede prestigiosa risulterebbe ancor più indecoroso. Serve un museo che nella maniera migliore possibile possa acquisire, conservare e comunicare i beni materiali e immateriali che l'ingegno, il lavoro o la vita quotidiana dei sampietrini hanno prodotto nei vari ambiti in cui si è manifestata l'esistenza della nostra comunità. Un patrimonio che solo apparentemente può essere considerato minore e che va conservato e valorizzato.

Un siffatto museo gioverebbe alla memoria di quello che è stato e che sta (in fretta) già scomparendo, che è cosa di grande importanza per i sampietrini di oggi e ancor più per quelli di domani (nonché per chiunque possa esserne interessato anche fuori di San Piero). L'istituzione del museo richiederà tempo, stante la complessità delle questioni da affrontare e del percorso da fare, ma lo scorrere di questo tempo rischia di accentuare la scomparsa di un patrimonio indispensabile per la stessa qualità del museo. Da subito andrebbero allora almeno conservati da qualche parte quei beni e quegli ambienti indispensabili al museo di domani, attrezzature, arnesi e quanto può avere a che fare con la storia dei sampietrini, almeno per il tempo necessario perché alla distruzione possa sostituirsi la conservazione da parte del neonato museo.

8. Archivio della memoria

Ormai non c'è quasi luogo abitato che non abbia il suo archivio della memoria. Grande città o piccolo borgo che sia, comune o frazione o Rio Bo, tutti o quasi hanno il loro archivio della memoria, quella visiva, fatta di una collezione di immagini datate, che vanno dall'avvento della fotografia a quello del digitale. Collezione di immagini più o meno organizzate - si va dalla catalogazione funzionale agli standard nazionali per la descrizione dei beni culturali alla più artigianale e soggettiva archiviazione e indicazione del loro contenuto - e raccolte in ogni modo possibile grazie all'impegno di appassionati e alla generosità di chi mette a disposizione le immagini. Peraltro gli archivi più seri si alimentano anche con le immagini più attuali, per conservare al meglio per il futuro la memoria dell'oggi.

Anche a San Piero e in varie occasioni sono state esposte fotografie del passato. Anche questa estate, nel corso della Festa dell'Emigrante, in quella del Sambuco o in quella degli artisti locali. Quelle esposizioni avrebbero meritato sicuramente più cura e di durare ben oltre il momento della festa: esposizioni estemporanee, con qualche didascalia per aiutare a capire (quando c'era), immagini che comunque invitavano o costringevano a fare uno sforzo di memoria (quando si poteva) o a chiedere lumi all'occasionale vicino. Il sentimento del passato, sorretto da quello della comune esperienza.

C'è chi ha messo volentieri a disposizione quelle fotografie e c'è chi ne conserva con affetto tante altre. C'è anche chi sta meritoriamente facendo una raccolta per conservare parte della memoria del paese. Anch'io conservo in forma digitale quello che posso raccogliere in giro, senza la smania del collezionista ma con tutto l'amore che uno può avere per le proprie radici. Sia le esposizioni che tutto questo però non fanno, neanche minimamente, un vero e proprio archivio della memoria. Che è un'altra cosa e va organizzato con i criteri che lo stato dell'arte in questo campo riconosce oggi necessari. Una tale attività andrebbe promossa da chi può dare garanzia di risultato: il Comune, o la Pro Loco, o un serio gruppo di appassionati. Senza questa attività San Piero continuerà a rimanere senza una pubblica e condivisa memoria.

La memoria non è cosa che dura molto. Di generazione in generazione, come accade anche di fronte alle foto di famiglia, essa si riduce in misura drastica, con regressione quasi geometrica, tanto che dopo qualche decennio, o anche meno, non ci sorregge e da soli non comprendiamo più ciò che vediamo raffigurato in una fotografia. Anche se sul momento non si dovesse disporre - neppure a pagamento - di professionalità in grado di catalogare con i criteri e gli standard riconosciuti, si potrebbe almeno salvare la memoria del paese con una catalogazione ridotta, organizzata sulla base di campi indispensabili, che un semplice e facile apprendimento da parte di chicchessia può attivare. In un paese dove spesso ci si lamenta perché c'è sempre poco da fare un apporto volontario sarebbe nell'interesse di tutti. Un archivio siffatto, anche se non costituito con tutti i crismi dell'arte, consente quanto meno di realizzare pubblicazioni e mostre con serietà e agli studiosi di conoscere e approfondire molti aspetti della storia del paese

Le attuali tecnologie permettono di superare il più grosso ostacolo che c'era un tempo per la costituzione di un archivio della memoria, quello della cessione delle immagini. Con portatile e scanner si può andare anche a casa delle persone e riprodurre sul posto le foto di famiglia, spesso e giustamente custodite gelosamente. L'importante è fare presto. Un archivio della memoria non si può rimandare, se non a prezzo di perdere ogni giorno, insieme a chi ci lascia, la stessa capacità di ricordare.

9. Piccioni

Rispetto alle questioni dei primi punti di questa riflessione post estiva può sembrare una bazzecola, eppure non trascurerei il danno che i pennuti fanno al paese. Con il passare del tempo si sono impossessati delle case disabitate del centro, ovunque ci fossero finestre rotte, che fosse una povera catapecchia o un palazzo nobile. Moltiplicatisi negli ultimi decenni oggi costituiscono un problema. Non tanto e non solo per quelli come me che spendono somme non trascurabili per fare pulire i balconi dagli strati di guano che si accumulano da un anno all'altro, quanto per i residenti e per le possibili malattie di cui, si sa, i piccioni possono essere portatori. E per il danno che l'acidità dei loro bisognini provoca alle case e ai monumenti. Non c'è bisogno di scomodare né Venezia né Milano per avere un'idea del problema. I rimedi ci sono e sono noti ed è arrivato il momento di fare qualcosa.

10.Un falso problema. Speriamo!

Ultimo di questi dieci punti. Qualcuno me ne ha parlato e magari è un falso problema. Vorremmo in molti che anche quando il paese di San Piero diventasse più bello e più ricco, almeno sotto un particolare aspetto rimanesse come un tempo, quando eravamo giovani. Allora la provincia di Messina era ancora una provincia "babba", e ancora di più lo era forse il paese di San Piero. Negli ultimi decenni però la cronaca ci ha restituito a poco a poco una realtà provinciale che si è evoluta in una direzione che non ci piace. Per i paesi con maggiori possibilità di "affari" sono andate in giro persone poco raccomandabili e organizzazioni che nessun eufemismo può equivocare. Se intorno il mare si inquina non è possibile immaginare un'isola felice. Per creare una cultura che non ci apparteneva certo ci vuole tempo ma senza usare gli anticorpi quel tempo può anche trascorrere molto in fretta. Di quelle “scaltre” conoscevamo anche da giovani la qualità della vita, e ci piace invece continuare a pensare una provincia "babba" come qualcosa di desiderabile, e reale. E se così non dovesse essere più, vogliamo almeno pensare che gli anticorpi funzionano e funzioneranno. [15 settembre 2007]

Quando cambia il sindaco

Da un sindaco a un altro il passo è breve ma le differenze possono essere tante. O anche poche se il tratto principale della loro azione amministrativa è l'impegno serio per la crescita del paese. Da un sindaco a un altro, con le percezioni che si possono avere da lontano. Amministratori vecchi e nuovi, diversi compagni di viaggio, che si alternano dopo le elezioni di maggio di questo 2007. Salvino Fiore, più o meno la mia generazione, fatta di esperienze comuni. A lui che lascia (e con lui lascia una parte politica) credo sia dovuto un grazie per lo sforzo di avere un Comune normale, che non è cosa eclatante ma richiede sicuramente un impegno oscuro e non gratificato dalle apparenze. E non è cosa da poco in un piccolo comune, e da certe parti. A Ornella Trovato che subentra va l'augurio di poter lavorare bene e far crescere il paese. Appartiene all'ultima generazione che ho conosciuto direttamente, ragazzine con un pallone di basket in mano per una squadra che non c'è mai stata. Carattere forte. Per amministrare un Comune in perenne difficoltà serve, almeno quanto le risorse umane e quelle finanziarie. [maggio 2007]

Estate 2006

La prima spiacevole sensazione che ho avuto quest'ultimo agosto è stato di un paese trasandato, trasandato e sporco. Meno di tanti anni fa, forse, ma certamente più di qualche anno fa. Spiace dirlo, ma questa sensazione non è stata purtroppo solo mia, anzi è stata ampiamente condivisa e rafforzata dalle opinioni di molti che tornavano e di molti che in paese ci abitano. E non solo trasandato, ma un paese anche soffocato dalle auto, che sono ovunque si possano infilare, tant'è che non si capisce se è più difficile spostarsi in auto o andare a piedi. La prima impressione che se ne ha - e questo conta moltissimo, per chiunque venga da fuori - è di un paese abbandonato a se stesso e senz’anima. Dopo qualche giorno uno si convince che chi ci abita pensa solo a se stesso, come se gli altri non esistono: il vivere comune, e il conseguente rispetto dell'esistenza altrui che ne discende, sembra l’ultimo pensiero degli abitanti del paese.

Potrei fare molti esempi, ma tutto si può esemplificare nella persistente attività della signora che continua, come un tempo, a scopare nel suo negozio trasferendo ciò che gli avanza sul marciapiede e dal marciapiede - quello davanti ai due metri della sua vetrina naturalmente, che è bene rimanga pulito - alla strada, anziché nella pattumiera che naturalmente ha nel bagno di servizio del negozio. Poi naturalmente lava il pavimento del suo negozio, che ama tirare a lucido, e riversa l'acqua nera schiumante in strada, anziché nel gabinetto che naturalmente ha nel bagno di servizio nel negozio. Tutto questo non in qualche vicolo secondario della parte vecchia del paese ma sulla via principale, e sotto gli occhi tranquilli e accondiscendenti di un vigile che passa lì davanti.

Non è la scena di una volta, il caso fortuito, perché l'impegno della signora a tenere pulito il suo e a sporcare lo spazio degli altri è pressoché quotidiano. Esemplifica lo sforzo ricorrente di tanta gente del paese nel dare un grosso contributo alla cattiva immagine che se ne ricava. Ma non è solo un fatto privato di cattiva educazione quello che riempie le strade degli avanzi che nessuno vuole buttare nei cestini. Se fosse così basterebbe applicare un qualsiasi regolamento di polizia urbana di un secolo fa, probabilmente ancora in vigore anche se dimenticato in qualche cassetto, e la sanzione svolgerebbe la sua funzione educativa, ancorché repressiva di un comportamento riprovevole per la collettività. No, perché il vicino centralissimo Vicolo Nettuno, che porta alla Via Verga, è stato per settimane - nel pieno dell'agosto che moltiplica la popolazione del paese - strapieno di cocci di bottiglie di birra, quotidianamente allagate dalle secchiate di acqua nera gettate da qualcuno che puliva il suo esercizio. E anche nella Via Verga, sulla quale prospettano due pizzerie, per l'intero della sua lunghezza i rifiuti si sono accumulati per terra per settimane. E perché mai allora uno dovrebbe passare per un luogo così sporco per andare a mangiare in un locale che desidera pulito?

Uno dei luoghi che danno il senso della trascuratezza delle cose è il cimitero, che quando eravamo piccoli aveva il suo decoro e anche un suo stile, e che ora mi è apparso invece in gran disordine, oltre che naturalmente deturpato dalle molte cappelle di multiforme e dubbio "gusto" – a testimonianza di come ognuno in paese abbia potuto fare ciò che ha voluto in un tempo non lontano - sorte una a fianco all'altra in una specie di gara a premi fra chi stonava maggiormente.

Pubblico e privato si confondono e si uniscono spesso - come si capisce e come si potrebbe esemplificare ancora a lungo - nella costruzione di questa immagine "non bella" del paese. Non posso non essere d'accordo con i tanti che in estate facevano questa stessa considerazione. Se ne ha del resto la riprova tanto nei dettagli - che pur rimanendo tali a volte sono la cartina di tornasole di mali più grandi - quanto nelle questioni più importanti. Ciò vuol dire, fra l’altro, che le amministrazioni che si sono succedute hanno le loro responsabilità, e fra le molte di cui si può opinare c’è almeno quella di aver mancato a una funzione di guida, anche – mi si passi il termine – pedagogica.

Il paese mostra che ha bisogno più del pane di credere in se stesso come comunità, e anche nella possibilità di avere un futuro migliore. C’è stato, fra gli amici, chi ha usato parole sentite molte volte e dal contorno forse generico e incerto – crescita civile, salto culturale, nuova mentalità, ecc. – ma dal significato in fondo chiaro e semplice: un paese diverso e attento alle proprie cose, come ormai avviene sempre più spesso anche in Sicilia. E chi potrebbe, più di chiunque altro – più di tutte le realtà vive che pure contribuiscono considerevolmente alla crescita di ogni comunità – contribuire al cambiamento, se non chi governa e amministra una società e il suo territorio?

Qui tocca però fermarmi un attimo. È utile chiarire, soprattutto ai visitatori casuali del sito che sono capitati su questa pagina, che non ho voglia di mettere sullo stesso piano tutte le amministrazioni degli ultimi decenni. Sarebbe quanto mai sbagliato e ingeneroso verso alcuni, e se ho voluto aggiungere questo post scriptum alla pagina su San Piero non è stato certo per questo scopo! Diversi degli attuali amministratori mi conoscono così bene che non dovrebbero del resto pensare che io non sappia distinguere il prima e il dopo. Sanno che i ragionamenti di questa pagina, che possono certamente suonare come una critica – in fondo anche un po’ generica e senza contraddittorio - non solo sono dettate dall’affetto, ma vogliono essere un piccolissimo contributo in favore di chiunque, di qualunque parte politica, è chiamato ad assumersi delle responsabilità nei confronti di un paese che per troppo tempo era stato privato anche della speranza. E non fosse altro che per ricordare anche i miei sforzi, fatti insieme ad altri, inutili allora per la codardia di alcuni, quando era ancora tempo di una giovanile educazione politica.

Gli amici amministratori sanno che ho ben presente le difficoltà che essi incontrano giornalmente, anche per l’oramai pluriventennale esperienza a fianco di amministratori comunali costretti a districarsi ogni giorno fra mille problemi, o per il fatto che è nota, a me come a tutti quanti, la maggiore fatica che deve sobbarcarsi chi amministra un Comune in Sicilia. So bene che le casse sono più vuote che altrove e le regole più incerte, che la loro applicazione è quanto meno aleatoria e che programmazione fa spesso rima con illusione, e che troppe volte si elemosina inutilmente un intervento regionale indispensabile per il paese e si porta a casa invece solo qualche soldo, magari in un qualche ambito che è in fondo alla lista dei pensieri di un Sindaco. So bene che è già un bel risultato garantire imparzialità e rispetto delle regole più elementari, o riuscire a infondere nei cittadini il senso della cosa pubblica in luogo dell’abitudine ai rapporti personali di tipo feudale o rendere funzionale e funzionante la macchina comunale.

Quelle che in certe situazioni possono essere delle conquiste, non fanno però tutte insieme la normalità, né tanto meno possono da sole produrre il cambiamento. Per quello ci vuole anche coraggio e convinzione, ed è ciò che vorremmo, in primo luogo in chi governa, ma anche, e più largamente, in almeno una parte di quella generazione di genitori che devono costruire per i figli un futuro migliore. E se chi deve fare da guida deve a volte rischiare una certa impopolarità, almeno i genitori di buona volontà devono essere consci che la signora che pulisce il suo e sporca lo spazio degli altri pesa anche sul futuro dei loro figli. "Chi sporca, sporca anche te. Digli di smettere!": si può anche giocare con un vecchio slogan, ma bisogna che si dica davvero, e a dirlo devono essere sia l’autorità che il vicino di casa, prima l’autorità e poi anche il vicino.

Come detto, esemplifico. So bene – avviene così ovunque - che alla sola idea di una isola pedonale nel Centro ormai impraticabile si solleva un vespaio, che ponendo limiti seri alla devastazione dell’Arabite – che ormai non c’è più – si ottiene il rancore di chi vuole comprensibilmente un’abitazione più comoda, o che cercando di fare sistema c'è chi vuole magari privilegiare solo il proprio interesse. Ma è pur vero che senza medicine non si risana il malato, e poi non ci sono forse già molti scontenti per il soffocamento delle auto o non si butta alle ortiche il patrimonio ereditato colorando l’Arabite? Ovunque poi succede, col tempo, che ad essere i più contenti delle regole e dei limiti sono proprio quelli che commerciano e quelli sulle cui abitazioni vengono posti dei vincoli!

Coraggio e convinzione: sono le doti su cui abbiamo ragionato questa estate con molti amici. Non per estivo passatempo da ombrellone, ma perché non ci piaceva il risultato dei confronti. Ho avuto modo col tempo, come altri, di veder crescere le differenze, non solo e non tanto con i luoghi che ognuno di noi abita adesso, quanto con le realtà più vicine a San Piero: Sicilia, provincia, Nebrodi. Quando posso amo andare in giro con la famiglia, non meno appassionata (vedi Sapori dei Nebrodi), per quei luoghi che da giovane non ho potuto conoscere abbastanza, innanzitutto quelli più prossimi, e non è che mi ci vuole molto, come gli altri amici, a tirar fuori delle conclusioni. Esemplifico ancora: ricordavo com’erano una volta San Marco d’Alunzio, o Castroreale, o altri posti, Capo d'Orlando, anche Montalbano, e li ho rivisti in questi ultimi anni. Sono oggi piccoli esempi di una Sicilia che mi piace e piace agli altri - per molti motivi, su cui non mi soffermo perché noti certamente ai visitatori di questo sito - e sono molto diversi dal paese di San Piero, che assomiglia ad altri luoghi di una Sicilia che non mi piace e che non piace agli altri [si può anche andare alla pagina sull'Isola].

Avevo dodici anni o poco più quando ebbi la fortuna di sentire al Gazzettino di Sicilia una notizia che aveva già rallegrato tutti, a casa e a scuola: "finalmente decisa la realizzazione della strada a scorrimento veloce per Patti"! Una strada che avrebbe dovuto collegare il Tirreno allo Jonio. Poi arrivò il liceo e molti dei miei compagni, di S. Angelo, di Raccuja, di Sinagra, avevano come me ancora lo stesso problema. Poi venne l’autostrada, l’università e la necessità di un treno per il Nord, sempre con il problema del troppo tempo per raggiungere la stazione o il casello. Poi arrivarono i viaggi a ritroso e le vacanze estive ma restava, come un tempo, lo stesso problema. Col tempo i miei vecchi compagni di liceo di S. Angelo, di Raccuja, di Sinagra, quel problema della distanza col mondo lo hanno risolto, i sampietrini no. Qualunque, e chiunque, sia la causa prima della tortura di una strada sempre più lunga e disagiata, è il paese di San Piero che non è stato capace di pretendere quel collegamento veloce indispensabile per la sua sopravvivenza.

La strada per Patti – per l’autostrada, la stazione, il lavoro, il mondo – è il simbolo di un paese seduto; la scarsa attenzione per il decoro e la bellezza il sintomo della mancanza di speranza, come le persone che si lasciano andare e diventato sciatte perché non hanno più da piacere a nessuno. San Piero sconta i molti errori del passato, come quello, uno fra i tanti, di non aver creduto nel Parco dei Nebrodi, ma patisce soprattutto l’atavico individualismo dei suoi abitanti e la loro filosofia dell’oggi per oggi. Ma le cose da poter fare non mancano e certe risorse neppure. Lasciando perdere carrozzoni e carrozzine alcune cose si possono fare da soli, anche per uno sviluppo turistico, anche fuori dal Parco e lontano dalla costa, l'unico che sembra possibile per non morire. La vallata del Timeto ad esempio, la più bella dei Nebrodi a mio parere, merita tutela di per sé, e può essere valorizzata sotto molteplici aspetti: conosco molta gente qui in Brianza che le vacanze le fa dove (ovunque in Italia) si può camminare, andare a cavallo, e vivere a stretto contatto con la natura.

Sono solo esempi, ovviamente. Desideri concreti forse, come un mio vecchio pallino di recuperare le mulattiere di un tempo e farne percorsi guidati nelle forme più attuali, magari parte di un ecomuseo che può interessare l’intero territorio. Molti altri buoni propositi saranno senz’altro sul tavolo degli amministratori e nelle intenzioni di quanti operano in paese con buona volontà. Se può avere una qualche utilità - stante la distanza ma considerata l’esperienza specifica in alcuni campi – c’è tutta la mia disponibilità a offrire un mio personale modesto contributo. E penso che ci sia anche la disponibilità di altri. Oggi che le possibilità di lavorare a distanza si sono moltiplicate, può anche essere un modo di mostrare affetto per il proprio paese. [settembre 2006]