Cenni storici

Questa pagina è sempre stata dedicata a un sintetico profilo storico del paese di San Piero, basandosi essenzialmente su informazioni e interpretazioni già conosciute. Questi “cenni storici”, come ogni profilo di questo genere, cominciano con l’età antica e seguono lo scorrere dei secoli. Trascorso tuttavia un po’ di tempo dalla composizione della pagina (peraltro ancora incompleta nei collegamenti ipertestuali) mi pare conveniente apportare una piccola modifica, facendo precedere le origini antiche da una immagine, assai più vicina ai giorni nostri, destinata a suscitare, almeno spero, qualche utile stimolo.

Esponenti socialisti sampietrini dopo l'arresto

L’immagine qui sopra raffigura quattro esponenti dell’esperienza socialista sampietrina del 1920-21 subito dopo uno degli arresti di cui erano a volte vittime (da sinistra Giuseppe Di Blasi, Vincenzo Schepisi, Santi Aiello, Angelo De Luca). Sebbene luogo e circostanze che portarono a scattare questa foto non siano del tutto certe, essa è pur sempre emblematica di un periodo particolarmente importante per la storia del nostro paese. L’immagine, che mi è pervenuta grazie alla consueta cortesia del sig. Pietro De Luca che me ne ha fatto dono in questa ultima estate del 2008, è carica di diversi significati e si trova all’inizio di questa pagina per almeno tre motivi.

È una foto che ha per me prima di tutto un valore affettivo, perché uno dei quattro sul pagliericcio, Vincenzo Schepisi o Vincenzino o “Vincinzicchiu” com’era noto a tutti, era mio prozio, fratello di mia nonna Angela. Ho fatto in tempo, nella mia infanzia, a conoscerlo. Da bambino piccolo, com’ero al tempo degli ultimi anni della sua vita, ho impresso nella mente il ricordo che ho ancora oggi, di una persona molto particolare, per via del suo essere anziano in un corpo che sembrava ancora agile per la statura eccezionalmente bassa e nonostante il bastone, e di una presenza vivace nella bottega di mio padre ogni qual volta veniva a trovarci. Le memorie di quelli che lo hanno conosciuto hanno sempre descritto come particolarmente arguta la sua intelligenza. Il suo passato di attivo antifascista parlava ancora agli inizi degli anni Sessanta di tempi difficili.

La foto è anche emblematico ricordo di cosa aveva rappresentato San Piero negli anni 1920-21 per la reazione padronale alle nuove istanze di riscatto sociale che la Grande Guerra aveva innescato. San Piero era per l’intera provincia, e non solo, un vero è proprio simbolo, una “Piccola Torino”, come ebbe a dire in un comizio l’on. Rabezzana, deputato piemontese. Culminato il tentativo di riscatto sociale dei contadini con la conquista dell’Amministrazione Comunale da parte dei socialisti, su questa si era concentrata la violenza squadrista al servizio dei proprietari terrieri. L’esperienza proletaria fu sconfitta e San Piero ebbe i suoi morti ancor prima della marcia su Roma, ma una sorta di resistenza sotterranea avrebbe dato luogo nuovamente, al cadere del regime fascista, a una nuova amministrazione di sinistra cui facevano riferimento nel Secondo Dopoguerra le poche amministrazioni rosse in una provincia a esse fortemente ostile.

La foto potrebbe essere il compendio per immagine di quella che è stata, ormai tanti anni fa, la ricerca condotta da Piero Bovaro per la sua tesi di laurea. Probabilmente non siamo in molti ad averla letta con attenzione quella ricerca, ma certamente essa rimane l’unica seria indagine di storia locale che ci riguarda come sampietrini. Certamente l’unica per quanto riguarda la storia contemporanea, e ben al di là dello sforzo di Argeri, che sulle vicende del Primo Dopoguerra sorvola e arranca, probabilmente perché non poteva chiedere di più ai suoi limitati arnesi di “storico”. Come tale essa avrebbe meritato fin dall’inizio un’edizione a stampa che ne permettesse un’ampia diffusione, magari su iniziativa delle amministrazioni comunali che si sono succedute, e in altra parte di questo sito ho già rivolto un invito che ancor oggi non è stato raccolto. L’apparizione della ricerca nella multiforme Storia dei Nebrodi del 1987 a cura di Giuseppe Celona (v. sotto nella bibliografia) non elude affatto la necessità di una edizione sampietrina per i sampietrini, che mi pare ancor più necessaria oggi che il futuro si fa più incerto per l’affiorare di certi fenomeni (che non mi piacciono affatto!).

Il riferimento a questa ricerca è doveroso infine per un altro e più importante scopo che l’inserimento della foto qui a inizio pagina vorrebbe perseguire. L’assenza di indagini e studi sul nostro passato - con un minimo di “spessore” storiografico – non è una buona cosa. Non per facile retorica, ma sottolineare che chi non ha riguardo per il proprio passato ha ancor meno a cuore il proprio avvenire vale per il nostro paese più che per altri. Da troppo tempo non si pubblicano contributi in tale ambito, anche solo con intenti divulgativi di ciò che già si sa. Né certo si sostituiscono allo scopo, ancorché preziose, le raccolte di memorie dell’emigrazione. È quindi tempo - anzi sarà sempre troppo tardi quando si comincerà - di dar vita a un qualche realtà organizzata che abbia lo scopo di favorire e produrre tal genere di ricerche. Che a promuoverla sia il Comune, la Pro Loco o qualche associazione sampietrina poco importa. Sono certo che nonostante San Piero sia oramai un piccolo centro c’è un numero sufficiente di persone, magari assai diverse per formazione e competenze, che possono mettersi insieme e prendersi cura della memoria del paese. La possibilità di comunicare facilmente e in tempo reale anche a distanza aggiungerebbe poi ulteriori contributi e potrebbe costituire un valido aiuto dei sampietrini “di fuori”. Solo che si abbia la buona volontà di cominciare.




L'origine del paese, come spesso capita, è incerta. Qualcuno sostiene che esso sia stato fondato da fuoriusciti della città di Tyndaris, importante città fondata nel IV secolo a. C. e prima greca e poi romana, mentre altri, più prudenti, ritengono che il luogo fosse sì abitato già in epoca greco-romana, ma da popolazioni rurali o da reclusi condannati ai lavori forzati o da esiliati dalle vicine città, la stessa Tyndaris e Abacena. Che il luogo fosse abitato in tempi molto antichi è comunque confermato dal ritrovamento di tombe, con vasi, nelle contrade Frassinello e Ospizio.

Incerta è l'origine o la motivazione del suo stesso nome, almeno fino all'alto medioevo, anche se viene azzardato che le popolazioni di origine greca chiamassero il luogo "Petra", forse per l'imponente emergenza rocciosa della località Malopasso dalla quale fino ad epoca relativamente recente si ricavava un pregiato marmo rosa, e quelle romane, ancor meno verosimilmente, "Petrus".

Con il progressivo diffondersi del Cristianesimo dalle città alle campagne si cominciò probabilmente ad usare il nome "Sanctus Petrus", utilizzato per indicare oramai un nucleo abitato, e successivamente, certo nel tardo Medioevo, il borgo diventò "Sanctus Petrus super Pactas". L'abitato seguì ovviamente le vicende dell'isola, e fu quindi bizantina e poi soggetta alla dominazione degli Arabi, conquistatori della Sicilia nel corso del IX° secolo, fino a quando il Conte Ruggero, nell'XI° secolo, non restituì questa terra al mondo cristiano.

Gli Arabi sconfitti lasciarono comunque ai posteri la loro eredità anche a San Piero. Il cuore più antico del paese si chiama infatti ancora oggi Arabite, e ciò deriverebbe per qualcuno dal fatto che una popolazione araba, qui stanziata dopo la conquista, si fosse insediata in quella parte dell'abitato, e per altri dal fatto che gli arabi lì fossero costretti a viverci, in una sorta di "ghetto" fuori porta, per decisione dei nuovi conquistatori.
I Normanni combatterono in zona alcune delle loro numerose battaglie. Fra i territorio di Librizzi e quello di Piano Campi una località è detta ancora Capitan d'armi e il nome potrebbe far riferimento a quell'epoca. Più significativa la vittoria di cui si ha memoria, riportata in contrada Vinciguerra.

Il Conte eresse in zona vari edifici e fondò, tra l'altro, il vicino paese di Raccuja, e non lontano da esso un importante monastero basiliano. In questo contesto fu di grande significato il prolungato soggiorno in paese dei soldati di Ruggero, inviati in suo aiuto oltre che dal fratello Roberto il Guiscardo anche da altri signori, e in particolare, per quel che ci riguarda, probabilmente dal Marchese del Monferrato. Questa permanenza favorì la fusione della loro parlata forestiera con quella degli abitanti, dando vita a un particolare dialetto, riconosciuto come di "origine gallo-italica", non lontano da quello parlato anche a Novara di Sicilia, San Fratello e Randazzo, altre comunità cui Ruggero aveva assegnato soldati di analoga provenienza. Il paese può essere considerato ancora oggi come una sorta di vera e propria isola linguistica circondata da parlate di chiara origine siciliana, e così viene indicato in talune carte tematiche, a cominciare da quelle del Touring Club Italiano.

Nonostante l'instaurarsi di un sistema feudale il paese di San Piero Patti conservò talvolta la sua appartenenza al demanio regio, come sotto Federico II di Aragona, ma poi, con il passare dei secoli, fu più spesso e a lungo infeudata. Signori del paese furono così via via gli eredi del giudice Giovanni De Manna, i baroni Orioles , i Caccamo, imparentati con gli stessi Orioles e, infine, i principi Corvino, e ciò fino all'abolizione della feudalità in Sicilia. Di questa lunga storia - ricostruita, per quanto possibile e con molti limiti storiografici, nei lavori di Argeri e Pintabona e meritevole di ulteriori auspicati approfondimenti - si ricordano soprattutto alcuni significativi episodi. Uno dei più importanti di questi episodi si inserisce nella storia delle dinastie feudali e l'avvenimento viene da qualche anno ricordato con una bella rievocazione storica. Venne in paese nel 1356 re Federico III d'Aragona, e invece di trovarvi un paese ostile - come pensava che fosse per il fatto che qualche anno prima, a causa delle angherie subite, gli abitanti si erano ribellati ai baroni Manfredo e Giovanni Orioles, uccidendo quest'ultimo - trovò invece un paese tranquillo che gli giurò fedeltà. Nel castello di San Piero il re rimase così tre giorni, emettendo tutta una serie di editti finalizzati all'amministrazione del Messinese. [Questo episodio viene da alcuni così datato e così è ricordato sul sito ufficiale del Comune, ma secondo il Repertorio della Feudalità Siciliana, redatto per questi aspetti su documenti dell'Archivio di Stato di Palermo, la rivolta degli abitanti di San Piero contro Giovanni e il fratello Manfredi avvenne nel dicembre 1371. Dopo la rivolta il borgo fu ricondotto al regio demanio, ma nel 1377 esso fu infeudato nuovamente agli Orioles nella persona di Berengario III Orioles, nipote di Giovanni.]

Del Risorgimento si ricorda il consistente reclutamento a San Piero Patti di tanti volontari garibaldini, tra cui anche lo scienziato sampietrino Giovanni Gorgone, fondatore della clinica chirurgica e del gabinetto di Anatomia patologica dell'Università di Palermo, che con tutta la sua scuola istituì e diresse un ospedale da campo a Milazzo per soccorrere i soldati che parteciparono a quella che fu una delle più importanti battaglie risorgimentali nel Meridione.

Dopo la cacciata dei Borboni il paese seguì le sorti della Sicilia nell'Italia finalmente unita. Il nome di San Pietro sopra Patti, utilizzato per molto tempo e con diverse varianti, fu cambiato definitivamente nel 1912 in San Piero Patti. Dalla fine del secolo XIX°, non in modo costante ma seguendo i principali e ben noti flussi di emigrazione, San Piero Patti si spopolò: prima l'America, poi l'Australia, la Germania, la Svizzera. Ma la sua storia contemporanea non è fatta solamente di questo lento abbandono per necessità della terra d'origine.

Non va dimenticata, anzi, l'esperienza fatta dai sampietrini nel Primo Dopoguerra, quando il paese rappresentò fra il 1920 e il 1921 la punta più avanzata del movimento proletario messinese. Prima come PSU e poi, dopo la scissione di Livorno, come PCd'I, il proletariato sampietrino, in un contesto ancora profondamente dominato da galantuomini e borghesia padronale, fu capace di vincere le elezioni amministrative e di governare il Comune. Fu una esperienza breve, interrotta a causa delle violenze squadriste, libere nel Mezzogiorno ancor più che nel resto del Paese di seminare violenza contro gli avversari politici. Di quell'esperienza fecero le spese non solo coloro che caddero sotto i colpi dei fascisti, Marmorio e Lauria, ma anche coloro che furono inviati al confino e quanti furono costretti a lasciare il paese. Di questa storia ha scritto Pietro Bovaro nella sua tesi di Laurea qualche decennio fa, una tesi che avrebbe meritato almeno la pubblicazione da parte dell'Amministrazione Comunale, per farla conoscere alle più giovani generazioni.
La sconfitta del movimento lasciò comunque tracce importanti nella memoria dei sampietrini, tanto che si potrebbe parlare di resistenza strisciante durante il ventennio e negli ultimi anni di guerra. Ne furono in qualche modo conseguenza e dimostrazione la schiacciante vittoria repubblicana nel Referendum del 1946, con una proporzione che non ebbe eguali in Sicilia, e le amministrazioni rosse del Secondo Dopoguerra, che videro protagonista in prima persona il sindaco Giuseppe Gorgone. Poi quell'esperienza si concluse, per vari motivi che varrebbe la pena di approfondire con ricerche serie, e con l'avvento degli anni sessanta il paese si piegò a una ondata migratoria e ad una assai meno onorevole storia politica.