La Chiesa vecchia di Santa Maria

In quel magnifico scenario architettonico che è Piazza Vittorio Veneto, il "cuore di Meda", a fianco del mirabile complesso rappresentato dalla villa Antona Traversi e dalla Chiesa di San Vittore, sorge la Chiesa di Santa Maria, la "vecchia" Parrocchiale, che nella tradizione e nel cuore dei medesi di molte generazioni è più semplicemente "il Santuario".

Seppure le sue forme attuali risalgano ad anni relativamente recenti, la Chiesa ha memoria antica, che affonda le sue radici in pieno Medioevo. Sempre con il titolo di Santa Maria, essa ha esercitato per i medesi la funzione di chiesa parrocchiale. Anche la sua esistenza si è svolta per lunghi secoli, per così dire, all'ombra del millenario e potente Monastero delle monache di Meda e solo con l'avvento del XIX° secolo la Chiesa ha potuto svolgere pienamente e autonomamente la sua funzione. Sostanzialmente contemporanei sono l'attuale struttura, l'alto campanile e l'odierna facciata: solamente nel 1924 la Chiesa assunse l'aspetto che oggi offre ai fedeli e ai visitatori, quando l'interno fu impreziosito dalle pitture di Luigi Morgari e dalle decorazioni di Primo Busnelli.

Fino alla soppressione del vicino Monastero di San Vittore da parte della Repubblica Cisalpina, avvenuta il 27 maggio 1798, la Chiesa visse con esso una pressoché ininterrotta storia di conflitti, sempre risolti a favore delle monache con decisioni dell'Arcivescovo di Milano, del Papa o di loro delegati, a cominciare da quella del 1138 dell'Arcivescovo Robaldo, dalla quale essa risulta "spettare intieramente alla cagione e al dominio del Monastero di S. Vittore". Prima di quella data altri documenti dell'XI° secolo testimoniano che la Chiesa di Santa Maria era destinataria di donazioni e quindi tutto farebbe supporre che le sue origini siano anteriori all'anno Mille, senza che tuttavia, come del resto accade per molte chiese, se ne possa con certezza stabilire l'anno o il periodo di fondazione né, soprattutto, ciò permetta di comprendere le ragioni della dipendenza dalla Badessa del Monastero, con il conseguente diritto di nomina del parroco e quant'altro fu poi oggetto di contesa con gli abitanti del borgo, con il Prevosto di Seveso, ecc. Forse non sapremo mai se ogni diritto del Convento sulla Chiesa fosse originario o acquisito, e a quale titolo, ma certamente fino all'epoca di San Carlo, essa aveva l'aspetto più che modesto di tanti edifici religiosi rurali, e in tali condizioni era lasciata proprio a causa dell'impossibilità per i borghigiani di mettere mano alla loro chiesa per ingrandirla e abbellirla, e ciò anche dopo il 1252, quando il Monastero, bisognoso di denaro, scambiò questo con la cessione di una serie di diritti a favore degli abitanti di Meda.

Sul finire del XVI° secolo, a seguito delle visite pastorali che caratterizzarono l'opera di San Carlo, per rendere la Chiesa di Santa Maria più decorosa e conforme alle nuove norme conciliari e meno precaria la vita dei parroci, giunsero finalmente disposizioni dalla curia milanese, che però rimasero sostanzialmente inattuate, tanto che anni dopo il Cardinale Federigo Borromeo dovette emanare una vera e propria ordinanza per dotare il borgo di Meda di una dignitosa chiesa parrocchiale. Risulta peraltro dall'archivio del Monastero, con ricevute firmate di proprio pugno, che l'incarico per la progettazione fu dato a Francesco Maria Ricchino, il maggiore fra gli architetti che all'epoca operavano nel Ducato di Milano. L'ordine fu quanto mai perentorio e i compiti spettanti agli abitanti e al Monastero ben definiti, ma l'edificazione della nuova chiesa procedette comunque tra molte inadempienze e contrasti e le questioni relative alla nuova costruzione si trascinarono per anni. Seppure a fatica, la Chiesa assunse tuttavia aspetto e dimensioni più consoni alla sua funzione, fino a quando si poté procedere, nel corso dell'’800, ad un nuovo e definitivo ampliamento, fino al completamento dell'attuale struttura nel 1881, cui seguì, nel 1893, quello della facciata.

L'attuale facciata è ornata di un semplice protiro e di quattro statue ospitate entro nicchie, raffiguranti santi per i quali i medesi nutrono particolare venerazione: Sant'Antonio Abate, i Santi Aimo e Vermondo, fondatori e protettori del cenobio benedettino di Meda, e San Giovanni Oldrati, che una tradizione postuma vuole riformatore dell'ordine degli Umiliati, nato a Meda intorno al 1100 e poi santificato da Alessandro III°. L'interno si presenta diviso in tre navate, impreziosito di affreschi e decorazioni pressoché su tutta la superficie e ornato di statue. Le pitture di maggior pregio sono di Luigi Morgari, (1857-1935), esponente importante di una famiglia di pittori torinesi, che fu soprattutto affrescatore e fu attivo in area piemontese e lombarda. Nella Chiesa di Meda il Morgari operò in collaborazione con Primo Busnelli, decoratore medese, e questa esperienza fu rinnovata anche in altre località, ma diedero il loro contributo anche maestranze locali, valenti grazie a una già affermata tradizione nel settore della decorazione del mobile. Del pittore torinese sono le scene sacre che nella volta della navata centrale si alternano ai fregi ("La Natività di Maria"; "La Redenzione dell'umanità", con l'Agnello e Satana cacciato da San Michele Arcangelo) e quelle del presbiterio. Ai lati dell'altare maggiore, pregevole testimonianza della chiesa settecentesca, si ammirano i due affreschi più significativi, "L'ultima cena" e la "Crocifissione", mentre nella volta è dipinta l'Esaltazione della Croce", condotta al Padre in un trionfo di angeli, e nelle vele i quattro Evangelisti. La navata centrale è caratterizzata inoltre dalle figure dei Santi Pietro e Paolo sull'arcata davanti all'altare maggiore e da quelle di altri santi nei medaglioni e nelle arcate laterali (S. Teresa di Lisieux, Sant'Agnese, Sant'Agata, S. Stefano, S. Carlo, S. Mauro, S. Francesco, Sant'Agostino, S. Luigi, Sant'Ambrogio). Le raffigurazioni sacre si completano con altre pitture di minore pregio artistico ma che vale la pena di citare. In particolare si segnalano quelle in fondo alle pareti delle due navate laterali, a fianco degli altari - a sinistra la "Madonna del Rosario di Pompei", nella più conosciuta delle raffigurazioni, cioè con ai piedi San Domenico e Santa Caterina, e a destra "Santa Margherita Maria Alacoque", nella tradizionale iconografia di fronte al Sacro Cuore - e quelle subito agli ingressi delle porte laterali, il "Battesimo di Gesù" a sinistra, proprio sopra l'antico fonte battesimale circondato da un'artistica cancellata, e la "Madonna delle Grazie" a destra, copia recente che ha preso il posto di quello cinquecentesco trasportato nella nuova Parrocchiale e che per devozione era già stato staccato nel '600 dall'altare del Rosario della Chiesa di San Vittore. Ricca anche la statuaria dell'interno, ma l'attenzione va rivolta soprattutto all'antico Crocifisso conservato in una nicchia all'altare di fondo della navata destra. Al Crocifisso è legato il venerato ricordo dei medesi per il prodigio del 2 agosto 1813, quando un fulmine attraversò in lungo la vecchia chiesa, lasciando incolumi i partecipanti alla messa festiva che al Crocifisso si erano prontamente affidati. E' proprio per quel prodigio i medesi chiamano devotamente e comunemente la Chiesa "Santuario del Santo Crocifisso". Da segnalare infine l'organo che orna la controfacciata, fatto risalire verosimilmente agli anni a cavallo del 1700, e quelle testimonianze dell'antica e nobile tradizione medese dell'intaglio che sono i confessionali, i "quadri" della Via Crucis e i bassorilievi lignei del portale, opera di Osvaldo Minotti. Un cenno infine al campanile. Per secoli fu un "pilastrello" o poco più, sormontato da una campanella, giacché quello del campanile fu un punto su cui le diatribe con le Badesse del Monastero furono frequenti, anche se nel 1252 la proprietà era passata (con molte limitazioni) ai borghigiani. Fino a quando, nel 1623, non si cominciò a costruire un vero e proprio campanile, che però dovette attendere il XIX° secolo per cominciare ad essere pensato e portato, in più fasi, ad un'altezza "importante", quasi una gara con quello dei paesi vicini. Fino a dominare dall'alto, dal 1920, la sua città