Cenni storici

Meda è città dalla storia antica, più che millenaria. Piccolo borgo medievale prima, cresciuto ai piedi e all'ombra del potente Monastero delle Monache, borgo agricolo poi, e con il volgere dell'ultimo Ottocento alla contemporaneità attivamente partecipe dell'incipiente e vigorosa crescita industriale ed economica milanese e lombarda, che nel breve volgere di qualche generazione ne ha fatto una città ricca e prosperosa, nota per le sue produzioni nel campo del mobile e dell'arredamento.

Le origini di Meda si perdono nell'alto Medioevo, incerte come quelle di altre comunità e legate alle origini leggendarie, ancorché verosimili, del Monastero di San Vittore. Incerte anche le origini del nome - per molti secoli Medda - per le quali continuano ad essere date diverse e a volte suggestive interpretazioni. La vicenda della fondazione del cenobio ad opera dei Santi Aimo e Vermondo fu narrata diversi secoli dopo, intorno ai primi del Quattrocento, in due preziosi codici oggi in possesso della Biblioteca Trivulziana di Milano e del Getty Museum di Malibù in California, attribuiti a Giovannino e Salomone De' Grassi e riccamente miniati dall'abile mano di Anovelo da Imbonate. Con il trascorrere dei secoli la storia raccontata nei codici, dall'evidente intento agiografico essendo stata commissionata dallo stesso Monastero che venerava i suoi santi fondatori custodendone anche i corpi, fu trasfusa senza sostanziali modifiche in ogni pubblicazione destinata a trattare delle origini di Meda.

Vuole la tradizione alto medievale, poi riversata nei codici, che due fratelli della nobile famiglia milanese dei Corio, Aimo e Vermondo, assaliti da cinghiali mentre erano a caccia nelle selve che ricoprivano un tempo le prime colline brianzole, si erano dovuti rifugiare sugli alberi e, disperando di salvarsi, avevano fatto voto di edificare in quel posto un monastero e di passare in orazione il resto dei loro giorni in caso di salvezza. Fatto il voto i cinghiali si allontanarono subito, e allora i giovani tornarono nei boschi di Meda ed edificarono sul colle del miracolo il Monastero, "cui diedero la regola di S. Benedetto e il nome di S. Vittore".

Nella sua "Breve istoria di Meda e Traslatione de' Santi Aimo e Vermondo ..." del 1629 Emanuele Lodi riprende la vicenda e la colloca, non si sa su quale base, nel 776 e tale data diventa col passare del tempo un punto di riferimento per diversi autori, anche se taluni ragionamenti spingono alcuni studiosi a spostare quel momento di un cinquantennio. Al di là delle oscillazioni di chi ha tentato più o meno attendibili ricostruzioni storiche, a dare maggiori certezze vengono però in soccorso i documenti. La prima citazione del Monastero di San Vittore è infatti in un documento dell'archivio di S. Ambrogio di Milano dell'851, e dallo stesso archivio si ricava che pochi anni dopo, nell'856, l'abate scambia con Tagiperga, badessa del Monastero di Meda, alcuni fondi. Dopo queste testimonianze significative di una fondazione certo anteriore a quelle date, la storia del Monastero di San Vittore può contare sul suo stesso preziosissimo archivio (ciò che almeno resta), scrupolosamente conservato oggi dalla nobile famiglia Antona Traversi Grismondi che vive i luoghi che già furono del convento benedettino.

Non possiamo essere certi che la storia dell'insediamento umano su questo territorio sia cominciata giusto con la fondazione del Monastero, ma è certo che la storia dei medesi, lungo tutti i secoli che si sono succeduti, è stata sempre strettamente collegata alle istituzioni ecclesiastiche e uomini di Chiesa sono stati molti dei suoi principali protagonisti. Il Monastero, assai potente fin dalle origini per i molti diritti feudali di cui era titolare, visse più o meno fiorente fino a quando nel 1798 non fu soppresso a causa delle necessità finanziarie della politica di guerra di Napoleone, e le sue vicende si intrecciarono di frequente con quelle della più o meno coeva Chiesa di Santa Maria, poi parrocchiale, che i medesi ritennero per molto tempo la loro vera Chiesa, in qualche modo simbolo dell'identità stessa dei borghigiani. Anche dopo la soppressione del cenobio, nell'Ottocento che volgeva alla secolarizzazione e poi ancora nell'ultimo secolo, la vita quotidiana dei medesi è rimasta comunque sempre intimamente legata alle istituzioni religiose.

Posto che le origini del Monastero si possono ragionevolmente ritenere di epoca carolingia o tardo longobarda - Vermondo è lo scudiero di Desiderio nell'Adelchi manzoniano e Aimo (o Aimone) è nome di origine germanica che si ritrova in chartae dell'epoca del re longobardo - presto lo troviamo nei documenti investito di diritti e poteri di derivazione feudale, il più importante fra i quali è senz'altro il districtus, per il suo carattere pubblico e quindi per le sue dirette conseguenze sulle cose e le persone che appartenevano al territorio interessato. In termini attuali e con la prudenza che tale trasposizione richiede, significava ogni potestà per amministrare un territorio, compresa quella giudiziaria, fatti salvi ovviamente quei poteri che appartenevano alle autorità da cui proveniva la stessa investitura feudale. I territori e le comunità soggette al Monastero di Meda erano diverse, ma ad accrescere la potenza delle Benedettine si aggiungevano le molte terre possedute come diretta proprietà, sparse qui e là su un ampio territorio, e molti di quei diritti medievali correlati al fatto di essere istituzione religiosa, proprietario e titolare di districtus al tempo stesso.

A fianco del monastero troviamo già nel 1036, come destinataria di donazioni, la Chiesa di Santa Maria, le cui origini devono quindi essere anteriori. Non dovette passare però troppo tempo da quella data che ogni diritto su di essa - non sappiamo perché - passò al potente Monastero, a cominciare da quello di sceglierne il Vicario, scelta che avveniva nella forma, fortemente simbolica dell'epoca, dell'inginocchiarsi davanti alla Badessa per l'imposizione del berretto sacerdotale. Questa forma di sudditanza darà origine a secolari contrasti fra la Chiesa dei medesi e il Monastero, sempre risolti a favore delle Monache e cessati solamente con la soppressione del Monastero.

Sulla questione dei diritti del Monastero il primo e decisivo intervento fu quello dell'Arcivescovo Robaldo nel 1138, risolutivo della disputa fra il Prevosto di Seveso e la Badessa del Monastero di S. Vittore per la nomina del Vicario. I contrasti furono però sempre particolarmente aspri soprattutto fra i medesi e il Monastero, tanto che sul finire del XII° secolo gran parte degli abitanti decisero perfino di demolire le proprie case e di trasferirsi altrove portando con loro i materiali. Molte delle tensioni di quegli anni interessarono perfino i pontefici Alessandro III° e Clemente III°, che dovettero intervenire direttamente con lettere o delegare altri, come Ognibene vescovo di Verona, nei giudizi. La conseguenza fu che venne ribadito il diritto della Badessa a non far costruire nessuna chiesa a Meda senza suo permesso. Anche verso la metà del Cinquecento Giulio III° confermò al Monastero quel primato sulla Chiesa vicina.

Sulla questione della Chiesa di Santa Maria il Monastero non indietreggiò mai, neanche quando vendette alla comunità che viveva intorno al cenobio gran parte dei suoi diritti. Come in altri piccoli borghi - facendo seguito a quanto era avvenuto prima a Milano e nelle altre città e poi nei più modesti centri urbani - anche i medesi avevano preso col tempo coscienza di essere capaci di amministrarsi autonomamente. Seppure legandosi al più potente e vicino capoluogo, avevano potuto avere una propria autorità - è del 1211 un atto di nomina di consoli e podestà, ma Meda è citato come "comune" già in un documento del 1178 - e con il passare del tempo erano giunti a un accordo con il quale, in cambio di una ingente somma di denaro, mille lire di terzioli, il Monastero alienava i diritti più importanti. È probabile che di fronte all'autonomia comunale fosse ormai difficile esercitare quei diritti e che quindi, come successo altrove, la vendita fosse conveniente anche per le monache, eppure la badessa Maria di Besozzo, firmataria nel 1252 della convenzione, mantenne al Monastero ogni diritto sulla chiesa di S. Maria e sulla nomina del Vicario.

Siamo comunque oramai nel Basso Medioevo e l'autonomia comunale, anche se giunta tardi e quanto mai limitata nei piccoli borghi, comincia a cedere il passo ai signori locali, diventati potenti da queste parti prima con la forza e poi in virtù del riconoscimento del loro ruolo per diritto. Meda si legò così indissolubilmente - e non poteva essere diversamente vista la vicinanza con la città - alle vicende di Milano, giurando fedeltà prima ai Visconti e poi agli Sforza.

Anche i medesi vissero quel terribile periodo di lotte e devastazioni che seguì al primo discendere di stranieri in Italia alla fine del Medioevo: lanzichenecchi, spagnoli, francesi, svizzeri, eserciti più o meno feroci che guerreggiando a più riprese sul territorio milanese portavano ovunque saccheggi e desolazione. Al governo del Ducato si succedettero momentanei conquistatori che si alternavano agli ultimi Sforza, così che questi e altri fattori di debolezza che ne discendevano, nel quasi cinquantennio che passò dalle pretese di Luigi XII° di Francia all'incameramento del Ducato da parte di Carlo V°, significarono per i medesi non solo depauperamento del territorio e riduzione della popolazione ma soprattutto paure e incertezze quotidiane e per almeno un paio di generazioni.

Fu tuttavia proprio in quel periodo che il Monastero intraprese e portò a conclusione l'edificazione di ciò che di più prezioso dal punto di vista artistico e architettonico il millenario cenobio ha lasciato in eredità alla città di oggi: la Chiesa di San Vittore. Riassestate le finanze dopo un lungo periodo di turbolenze e di difficoltà interne che avevano caratterizzato gran parte del secolo XV°, non senza l'apporto benevolo delle riduzioni fiscali concesse dagli Sforza, per il Monastero era evidentemente venuto il momento di edificare al posto della modesta chiesa conventuale esistente un'altra assai più sfarzosa. Nell'incertezza delle attribuzioni, dovute alla mancanza di documenti che attestino con certezza la paternità del progetto architettonico e pittorico e che certo dovevano un tempo esistere nell'archivio monastico, si sono fatti molti nomi, ma certo le monache non devono aver lesinato sulle spese perché architetti e pittori sono stati scelti fra i migliori che operavano all'epoca nel Milanese. La Chiesa, completata nel 1520 sotto la badessa Maria Cleofe Carcano e consacrata nel 1536, fu costruita secondo regole claustrali, composta cioè di una parte anteriore, aperta ai fedeli, e di una parte posteriore, riservata alla monache, e fu interamente affrescata.

Passato definitamente agli spagnoli il dominio dello Stato di Milano, vennero a poco a poco assorbite le ferite causate dalle armi. Pur con i problemi dovuti a una pesante tassazione e a un rinnovato infeudamento di larga parte dello Stato, si aprì un periodo di maggiore tranquillità, lungo e pacifico se rapportato a quelli precedenti (se si eccettuano i momenti di carestia e la grande tragedia della peste manzoniana aggravata dalle discesa dei Lanzichenecchi che andavano a combattere a Mantova, oltre a qualche altro sporadico episodio bellico). In qualche modo si può prolungare ancora questo periodo con il passaggio, non indolore, del Ducato agli Austriaci agli inizi del Settecento, fino agli effetti della Rivoluzione Francese. È anzi proprio questo secolo, e in particolare il governo teresiano, che una tradizionale storiografia descrive come una sorta di periodo d'oro per il Milanese.

Al di là di queste semplificate letture di ciò che è stato e tenuto conto che pure in uno dei luoghi (già allora) più ricchi d'Europa la grande maggioranza della gente conduceva un'esistenza miserevole, Meda viveva oramai gli eventi e la quotidianità non diversamente dalle altre comunità di questa parte del Ducato, compreso quell'insediamento di nobiluomini, parte di una nobiltà ormai molto ampia, come i De Capitani e i Clerici, che nel tempo avevano acquistato a Meda significative proprietà. Come altrove, considerato che occorreva anche amministrare le proprietà trascorrendo sul posto del tempo, sorsero anche nel borgo, vicino al potente Monastero, per le esigenze di queste due famiglie, due bei palazzi che ancora oggi ornano il centro storico monumentale della città.

Accomunata ad altre realtà vicine anche da una crescita stentata, conseguenza di un'agricoltura basata su suoli non particolarmente fertili, integrata a livello di sussistenza dalla bachicoltura e da poche altre attività, la popolazione mal sopportava nel Settecento i limiti posti da ordinamenti ormai superati, che frenavano sviluppo economico e mobilità sociale e apparivano insopportabili non meno che altrove. Modesto era il borgo - 1.325 abitanti nel 1771 - e debolissime erano peraltro le istituzioni locali: ancora a metà del XVIII° secolo, a parte la Deputazione, l'apparato amministrativo che reggeva il Comune era costituito essenzialmente da un console, a tutela dell’ordine pubblico, e da un sindaco, responsabile della comunità, eletti "a pubblico incanto" dall’assemblea di tutti i capifamiglia, cui si aggiungevano un cancelliere ed un esattore scelto con asta pubblica, che avevano il compito della compilazione, della ripartizione e della riscossione delle imposte annuali.

Le specificità medesi, per quello che è lo stato di una ricerca storiografica ancora lacunosa, sono legate in questo periodo a vicende particolari, tutte interne alla comunità, anche se esemplificative di fenomeni più ampi o di avvenimenti più grandi. Con la lunga pace ci fu il tempo di rinnovare i contrasti tra medesi e Monastero delle Monache riguardo alla Chiesa di Santa Maria. Fu a seguito di una delle famose visite pastorali del primo Borromeo che nel 1581 S. Carlo, giudicando la chiesa esistente troppo piccola per i fedeli, prescrisse che se ne costruisse una nuova con annesso campanile. Non solo, ma S. Carlo, "salvo i diritti del Monastero per la nomina del Rettore della Cura", trasformò in inamovibile il Vicario che per secoli era stato considerato dalle badesse un loro semplice incaricato, allontanabile a piacimento. Queste decisioni diedero il via a nuove controversie che incendiarono gli animi ad ogni possibile occasione, costringendo più volte gli arcivescovi di Milano a intervenire. Il cardinale Federigo dovette peraltro ribadire la necessità di procedere con la costruzione della nuova chiesa perché si giungesse a un accordo fra borghigiani e Monastero sui rispettivi compiti.

Vale la pena di ricordare almeno due momenti di particolare tensione, quello intorno alla questione della Croce e quello relativo alle campane. La questione di quale Croce dovesse portarsi in processione, se quella del Monastero o l'altra della scuola del SS. Sacramento istituita dai medesi, sorta sul finire del Seicento durò più di quindici anni, fino a quando la Curia milanese non intervenne imponendo l'uso di una terza Croce. La breve controversia delle campane si svolse invece fra la fine di dicembre del 1736 e i primi giorni del gennaio successivo e si sviluppò intorno alla volontà dei medesi di sostituire la rovinata campana maggiore del campanile con una acquistata da loro, in contrasto con la volontà del Monastero di confermare la propria supremazia sulla Chiesa di Santa Maria sostituendo la campana con una propria. Il contrasto portò i medesi a mettere in fuga i primi soldati mandati da Milano e a cedere solamente davanti all'uso della forza.

I grandi cambiamenti per la comunità medese arrivarono con Napoleone. Il 27 maggio 1798 il Monastero di S. Vittore, come altre secolari istituzioni religiose del Milanese, fu soppresso per ordine della nuova Repubblica Cisalpina. Dopo alcuni mesi il complesso monastico e tutti i beni che esso conservava furono acquistati da una società mista franco-milanese e poco dopo da un fornitore dell'esercito francese, Giovanni Giuseppe Maunier, che faceva già parte della società. Questi chiamò ben presto uno degli architetti neoclassici che andava per la maggiore, il viennese Leopoldo Pollack, allievo del Piermarini, e fece trasformare in lussuosa dimora, nello stile dell'epoca, il monastero. La Chiesa di San Vittore, non svolgendo più la sua funzione di chiesa conventuale, subì danni irreversibili nella parte posteriore, col tempo trasformata perfino in granaio, mentre intatta rimase la parte anteriore.

In virtù della soppressione del Monastero la Chiesa di Santa Maria poté finalmente svolgere liberamente il suo ruolo di Chiesa Parrocchiale e quando nel corso dell'Ottocento se ne presentò la necessità e la possibilità la chiesa fu ampliata e fu dotata di un vero campanile. Dopo il non breve periodo di guerre napoleoniche in cui Meda cambiò più volte appartenenza alle (assai mutevoli) nuove circoscrizioni amministrative, la popolazione si adattò con fatica al ritorno degli Austriaci e partecipò alle vicende politiche del Risorgimento come gli altri paesi intorno, fino alla nascita del nuovo Regno d'Italia.

La fine del regime feudale e delle istituzioni corporative aveva intanto offerto nuove possibilità di iniziativa a chi voleva correre il rischio di intraprendere e già nella prima metà del secolo la popolazione era cresciuta (dai 1.555 abitanti del 1805 ai 2.888 del 1859) e si era formato un dinamico artigianato del mobile. Con il miglioramento delle vie di comunicazione e poi con la ferrovia nacquero le prime vere aziende, presto ingrandite alla dimensione di industrie vere e proprie. Non mancarono però fenomeni di emigrazione verso il Sudamerica o la Francia. All'inizio del Novecento oltre alle industrie - la Baserga, la SALDA, la Lanzani - inserite in un mercato internazionale, erano ormai attive anche numerose botteghe che costituivano un rilevante tessuto economico, un gruppo consistente di contadini che si erano fatti artigiani per avviarsi con il passare degli anni a diventare imprenditori.

A fronte della crescita economica e sociale fu come altrove necessario dotare il paese di nuove istituzioni e strutture. A parte le istituzioni municipali, adattate ai tempi nuovi, nacquero nel 1868 la Società di Mutuo Soccorso e più tardi da questa una Scuola di Disegno, e poi scuole pubbliche, asilo, bande musicali, un nuovo cimitero, un nuovo municipio, ecc. Nel primo dopoguerra si manifestò la necessità di una scuola all'altezza delle nuove esigenze nel campo della produzione del mobile e nel 1932 venne inaugurato il bel Palazzo delle Scuole Professionali. Nel secondo dopoguerra scomparve in fretta ciò che restava del mondo contadino e l'industria del mobile più avanzata ebbe l'occasione di incontrare un mondo nuovo di designers con i quali sperimentare nuove soluzioni in quell'ambito di eccellenza che oramai caratterizzava la città.

La comunità medese, cresciuta a dismisura in pochi decenni - 3.876 gli abitanti nel 1881, 6.986 nel 1911, 9.237 nel 1936, 14.883 nel 1961, 18.245 nel 1971 - ha visto nell'ultimo cinquantennio il vecchio borgo trasformarsi e confondersi con le botteghe e le industrie. Essa ha vissuto le evoluzioni connesse a un vivere più civile e più moderno, perdendo in qualche caso pezzi importanti del suo vecchio patrimonio architettonico e assistendo alla progressiva scomparsa delle cose e delle abitudini del vecchio vivere quotidiano. La crescita della popolazione ha reso necessaria la costruzione di una grande e nuova chiesa parrocchiale, dedicata a Santa Maria Nascente; sono anzi nate due nuove parrocchie, quella della Madonna di Fatima, costituita nel 1964, e quella di San Giacomo, costituita nel 1973. Nel 1976 il fatto più eclatante degli ultimi tempi, quando dall'ICMESA, industria medese, fuoriusciva la famigerata diossina.

Al nome di Meda sono legati molti personaggi e avvenimenti. Difficile ricordarli tutti, anche se noti, ma per fare solo degli esempi si può citare l'architetto razionalista Giuseppe Terragni, nato e vissuto durante la sua infanzia a Meda, o l'episodio legato alla morte di San Pietro Martire, il frate domenicano ucciso il 6 aprile 1252 non lontano dal Monastero delle Monache, presso cui aveva da poco finito di desinare sostando lungo la strada che lo doveva portare da Como a Milano. O si può citare il Manzoni dei Promessi Sposi, che a proposito della scomparsa della conversa che sapeva della tresca della Monaca di Monza scrive "Si fecero gran ricerche in Monza e ne' contorni, e principalmente a Meda, di dov'era quella conversa".